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Vincenzo Zappalà
Ho a lungo combattuto contro una certa ipocrisia dilagante che accetta supinamente la campagna proibizionistica che si sta abbattendo contro l’alcol e in particolar modo contro il vino. Ho addirittura contattato uno dei massimi fisiologi polmonari del mondo (Mike Hlastala dell’Università di Seattle) per avere conferme scientifiche inoppugnabili della fallacità degli strumenti utilizzati per il controllo della guida in stato di ebbrezza sulle strade. Tuttavia, la scienza oggi non paga e si preferisce ricondurre il tutto a falsi moralismi e a percentuali arbitrarie. Da solo non ho potuto andare oltre, anche se vi erano tutte le prove per costruire e inviare una denuncia alla Magistratura. L’opinione pubblica, stimolata dai “media”, preferisce chiudere un occhio (spesso tutti e due) sulle responsabilità ben maggiori che hanno la velocità, la droga, la stanchezza, gli psicofarmaci, la frustrazione, ecc.
È comunque ora di dire basta a questa Crociata che vede nell’alcol, e in particolare nel vino, il colpevole indiscusso di qualsiasi tragedia avvenga lungo le strade della Penisola. Le tragedie hanno solo due responsabili: o l’alcol (perseguibile) oppure i fenomeni naturali come la nebbia, il vento, il ghiaccio, la pioggia, la neve, sempre e comunque assassini, ma non perseguibili. Tutto il resto non conta.
Ho quindi pensato di scrivere questo libro: "I due volti dell’alcol e una scomoda intrusa…"
Esso vuole fare chiarezza (e sembra che ce ne sia veramente bisogno) sul significato di alcol e sulla sua doppia faccia: quella allegra, distensiva, emozionante del nettare di Bacco e quella maligna, idiota e becera che domina migliaia di intrugli preparati solo e soltanto per aiutare a mandar giù le nefande droghe sintetiche che comandano lo “sballo” da discoteca. Percentuali completamente ingannevoli e manovre attentamente costruite a tavolino vogliono fare di tutte le erbe un fascio, trascurando totalmente le cause maggiori delle tragedie. Il mondo del vino è il più debole e il più colpito. E pensare che esso rappresenta una delle maggiori ricchezze economiche e culturali d’Italia.
Il libro è parlato in prima persona dagli attori principali coinvolti in quest’assalto mediatico: il lievito che dà origine alla fermentazione alcolica, il rum, la coca, il papavero, l’etilometro, le droghe sintetiche, ecc. Essi spiegano ciò che hanno fatto e ciò che fanno; poi lasciano il lettore a riflettere attraverso racconti ironici, sarcastici, commoventi, dolci, duri, accusatori. Alla fine, tornano per fare il punto e per partecipare a una tavola rotonda con l’autore. Senza pietismi, ipocrisie, luoghi comuni, prediche, cercano di dare consigli e di fare alzare le palpebre, troppo spesso chiuse, dei lettori.
Sono stato spesso duro e non ho cercato di nascondermi dietro frasi fatte o luoghi comuni. Mi prendo, quindi, tutta la responsabilità delle accuse e delle asserzioni che ho scagliato sia attraverso dati scientifici sia attraverso l’ironia e il sarcasmo.
È comunque indubbio che tutto il libro sia permeato dalla presenza di un’entità immateriale, ma antica e invincibile: lo spirito del vino, quello vero, quello che può aprire gli animi e aiutare l’essere umano a raggiungere la partecipazione e la comprensione che ancora cerca inutilmente in questo misero granello di sabbia, immerso in un Universo forse troppo vasto per lui.
Anche se sono ormai deluso e pessimista, speriamo che il mio umile contributo possa servire a qualcuno o a qualcosa e che magari smuova qualche scimmietta che non vede, non sente e non parla.
Vincenzo Zappalà
Professore ordinario di Astrofisica,
grande appassionato ed amico del “vero” vino e dei suoi artefici.
Il libro sarà presentato sia a Sorgentedelvino Live (Agazzano, 6 marzo 2011), a Terre di Toscana (Lido di Camaiore, 13-14 marzo 2011) e a Vinitaly (10 aprile 2011).
Vendita internet (pagamento alla consegna) su www.arduinosacco.it.

Beppe Giuliano*
Non per amore di polemica, ma credo che l’editoria tradizionale vada difesa. Lo faccio volentieri in quanto come giornalista non di primissimo pelo, editore on e off line, una qualche idea su questo versante me la sono fatta. E debbo dire – ribadisco la premessa: ho stima e rispetto per quello che fate, per come lo fate, e in molti casi c’è di mezzo anche la personale amicizia - che questa discussione è tronca, è monca. Mi sembra che abbiate preso il peggio della gens italica che raccontate. La guerra è col vicino, quello del vigneto accanto, quello che vende una mezza paletta in Cina e voi no, quello che ha un articolo da qualche parte e voi no, quello che sbarca sul ripiano centrale di Rossetto e voi no… insomma, che ci sia acredine per una fetta di torta che è piccola e che, mannaggia, non riesco ad afferrare.
Così, ragazzi, non ci siamo.
Così buttiamo via occasioni. Mi ricorda le divisioni personali, atroci, che c’erano cinque anni fa fra i giornalisti veronesi del vino. Quasi odio personale. E infatti nel sistema-vino contavano di più altri.
Ribadisco, così è una minchiata. Mettiamo tutti da parte la spocchia sul personale status di “scrittore” e su quello che abbiamo professionalmente costruito sino ad ora, e guardiamo a quello che accade realmente.
È vero, la carta stampata soffre. Lo dicono i dati internazionali, ma non è un dogma di fede. Ci sono giornali, più vicini di quanto pensiate, che nell’annus horribilis del 2009 sono cresciuti di otto punti percentuali, con incrementi in edicola a due cifre molto importanti. La sofferenza ha molte cause: il fatto che un editore non operi in un mercato libero, ma che sia stretto da due monopoli – a monte, il cartello della carta (è così, in otto fanno il prezzo per tutto il mondo..); a valle, la distribuzione alle edicole, una sommatoria di monopoli locali - rende i suoi spazi di manovra molto stretti. Un editore tradizionale ha come compagni di viaggio due degli enti previdenziali e assistenziali più costosi ed efficienti in Italia: provate a saltare una rata dei contributi Inpgi e vedete che succede…
Il risultato è che un editore “deve” vendere il giornale ad un prezzo alto per un lettore italiano medio che ha visto negli ultimi dieci anni perdere tanto potere d’acquisto. E ancora, la pubblicità - quella per la quale, secondo voi noi ci vendiamo - copre oramai appena un terzo dei ricavi di un editore tradizionale; rispetto al passato mancano le pianificazioni di medio periodo. Tutto questo porta noi editori tradizionali a vivere alla giornata: ma non è una colpa, una lettera scarlatta!
È vero, Internet ha rappresentato un cambio di passo, e il futuro. Il nostro passaggio de L’Adige - ad esempio - da off a on line non è stato facile, però ha funzionato. E oggi non tornerei indietro. Ma il mercato dove operava L’Adige cartaceo era ed è tuttora presidiato da due quotidiani generalisti, da sei quotidiani free press e dal settimanale diocesano, due televisioni locali molto ben fatte e da due radio onnipresenti... Il web rispetto a tutto questo è una valida alternativa, lo ammetto.
Diverso sarebbe però per Euposia che, dopo nove anni, proprio oggi può cogliere nel mercato tradizionale i propri vantaggi competitivi.
Se comparo i costi delle due strutture, ovviamente, mi trovo davanti a cifre incredibilmente diverse.
Quello che però non cambia è l’approccio che una redazione giornalistica vera ha nei confronti della notizia e dei lettori: cambierà il linguaggio, ma il focus resta sulla notizia o sull’approfondimento che possiamo dare. Per chi ha tempo e voglia le collezioni storiche dei nostri giornali stanno lì a dimostrarlo.
La carta sottrae ancora risorse al web? Siamo dinosauri che sprecano energie a danno dei più efficaci mammiferi del web? La vostra vita dipende dalla nostra morte?
Se pensate davvero questo, offendete la vostra intelligenza.
Faccio un esempio: due colleghi che stimo, blogger fra i più accreditati, intuiscono che ad un certo convegno internazionale possono emergere notizie interessanti per il mondo del vino. Il web, questo grande free press dove il valore aggiunto degli autori non viene remunerato (vogliamo dircelo una buona volta?), non dà loro risorse per rientrare delle spese. Cosa che invece può, in parte, fare l’editoria tradizionale. Che ha avuto, in diretta, un prodotto editoriale da far girare sul web dando contenuti ai propri lettori, e - dopo - approfondimenti ulteriori per un’inchiesta che si sviluppa sull’off line. Dove può essere arricchita di ulteriori contenuti, testi, grafici, foto e può “restare” fisicamente sui tavoli dei lettori.
Cos’è allora? Tutte le obiezioni sui lettori della carta stampata e delle copie regalate solo per far numeri per la pubblicità non valgono più? Eppoi: la mia rubrica su e.polis fa due milioni di lettori al giorno, cos’è? Questi non contano? Avete più contatti voi di me al giorno? E se anche fosse così, e me lo auguro per voi, che problema ne deriverebbe? Nessuno. N e s s u n o.
La carta da giocare non sta nello scannarsi per conquistare quella piccola fetta che oggi è sul piatto, ma lavorare assieme per far crescere la torta. Dobbiamo lavorare sull’integrazione dei mezzi, per avere prodotti più freschi, originali, vere banche dati per i lettori, immagini, suoni… tutto disponibile su più piattaforme che lavorano assieme. Senza la componente editoriale, il nostro schifosissimo know how, rimarrete a raccontare - gratis - sul web il mondo del vino con tanti ringraziamenti da parte dei vignaioli, dei distribuiti e degli agenti… di tutta la filiera che guadagna, insomma, sulle spalle vostre.
Mi spiegate perché regalate il vostro ingegno? Non sarebbe più interessante, invece, provare a mettere assieme questi mondi che non sono separati se li guardiamo con l’ottica di un lettore moderno, evoluto, che usa internet per una cosa, ma non disdegna la televisione, la radio, una lettura più calma, meditata, davanti al camino, con un buon bicchiere di cognac in mano e una bella compagnia a fianco sul divano…?
C’è poi un altro aspetto che riguarda l’etica di questo lavoro e un minimo di deontologia. Tema che con Elena Amadini stiamo cercando di tradurre in un buon momento di analisi al prossimo Vinitaly: Angelo sostiene, e voi con lui, che l’anarchia, la democrazia diretta, è non solo tratto distintivo ma anche cuore pulsante della comunicazione sul web. Bello! Però noi “servi della pubblicità e del potere” quindi l’opposto dell’anarchia e della democrazia, rispondiamo con la nostra faccia, il nostro onore e il nostro patrimonio (come dicevano gli indipendentisti americani duecento anni fa) delle nostre idee e di quanto scriviamo. Ti senti offeso, danneggiato dal mio scrivere? Ebbene, io ci sono. Sono una persona fisica, sono una società che ha mezzi, capitali. Puoi avere soddisfazione.
Ma col web? Se un blogger mi diffama io che tutela ho? Se mette a rischio gravemente la mia attività su cosa mi posso rivalere? Sul televisore di casa sua? Sul quinto del suo stipendio?
Per fare questo mestiere ho dovuto fare un esame di Stato, magari non varrà niente, ma il codice civile e penale ho dovuto studiarmeli e così tante altre cose se volevo poter intervistare un Capo di Stato, un Capo di governo, un banchiere centrale, il capo militare del Sinn Fein o un imprenditore con 10mila dipendenti. Perché altrimenti non avrei neppure potuto iniziare una conversazione.
Tutto questo sta scritto dentro una testata che campeggia in prima pagina e che dice al lettore: magari per te sono un idiota, ma questo sono io, il mio giornale, le mie idee, la mia impresa.
Tornando a noi: non c’è contrapposizione, sono soltanto più lati di un poligono che possono essere collegati. Il poligono è il perimetro della comune competenza e passione e capacità di dare ai lettori valore aggiunto.
Io preferisco guardare alle opportunità che offre tutto questo se fosse messo a sistema e se, assieme, ci provassimo davvero. La piccola fetta sul piatto mi interessa relativamente. Ci punto perché a fine mese debbo pagare i conti come tutti. Ma mi resta un po’ d’appetito, ancora. Chi viene, allora, a cena con me stasera?
*Beppe Giuliano è il direttore della rivista vinicola Euposia e del settimanale L'Adige

Aldo Lorenzoni*
La vivacità nel dibattito attorno all’uso del tappo a vite, e soprattutto la serie quasi unanime dei pareri favorevoli verso questa chiusura, mi spinge ad alcune considerazioni che ritengo utile condividere. Se oggi è possibile, almeno per il Soave doc, il confezionamento con il tappo a vite, è solo perchè già nel 2004-2005 nell’ambito del Consorzio è stata attivata una importante riflessione analizzando con attenzione ciò che stava accadendo sui mercati, soprattutto quello inglese.
Ricordo che allora non erano molti i produttori ed i comunicatori favorevoli a questa soluzione. La relazione comunque presentata dal Consorzio al Comitato Tutela Vini era così dettagliata e convincente che l’iter non ha avuto particolari problemi; anzi, la stessa relazione è stata spesso clonata da altre realtà produttive per ottenere la stessa possibilità. Il mercato ha da subito dato ragione a questa nuova chiusura superando facilmente quelle barriere mentali più evidenti nei paesi produttori e che sembravano legare indissolubilmente il concetto di qualità del vino solo ad un particolare confezionamento.
Da quella data sono state molte le aziende che si sono confrontate con questa chiusura, tanto che alcune hanno richiesto questa opportunità anche per il Soave classico. Questo al momento, come sappiamo, non è ancora possibile essendoci l’obbligo del tappo raso bocca per i vini caratterizzati da sottozone. Va comunque sottolineato che questa chiusura sembra avere sempre più successo se su 40 campioni di Soave prelevati nelle ultime settimane sul mercato europeo, nell’ambito di specifici progetti di tutela ed analizzati dal Consorzio, ben 10 bottiglie utilizzavano come chiusura lo stelvin.
Posso anche confermare che questi vini in relazione all’annata di produzione manifestavano una particolare freschezza. Purtroppo nella stessa degustazione abbiamo registrato almeno 5 bottiglie rovinate da un tappo di sughero difettoso.
Direi che anche questa breve (ma non esaustiva) nota sul tappo sottolinea alcune importanti azioni poste in essere dal Consorzio: attenzione all’evoluzione del mercato, indirizzo delle regole produttive, monitoraggio delle produzioni, azioni di informazione ai produttori ed ai consumatori.
Sono questi alcuni dei compiti storici dei consorzi, riconfermati con ancor più forza nel nuovo decreto legislativo che sostituirà la 164 del 1992.
Un esempio concreto di cosa possa fare il Consorzio nell’interesse di tutti gli utilizzatori della denominazione... anche non soci.
*Aldo Lorenzoni è il direttore del Consorzio di tutela del Soave

Aldo Lorenzoni
Ho letto solo recentemente il pezzo di Mauro Pasquali sul Durello e mi ha fatto piacere, perché credo di avere qualche piccola responsabilità, piccola o grande che sia, con i produttori, sulla storia di questo vino.
La mia lettura della fiaba è però sostanzialmente diversa anche se, non lo nascondo, ho cercato, anche grazie alla complicità del nostro caro Angelo in tempi non recenti, di accreditare il Durello come presidio Slow Food e quindi come un vino in stato d’assedio, che non aveva altre possibilità che farsi aiutare da forze “esterne”.
La lungimiranza di Piero Sardo e di altri amici ci ha invece spinto a presidiare situazioni forse più difficili come il niotiko, un formaggio di capra che proviene dall’isola di Ios vicino a Santorini (consiglio una visita in ottobre – poca gente e tanta suggestione). Di tutto questo però abbiamo già chiacchierato a lungo con i nostri produttori.
Forse è meglio dire oggi che il Durello non c’era, ma adesso c’è, magari con alcune diverse interpretazioni, con diversi approcci, diverse sensibilità, ma è indubbio che oggi si parla di un vino che esiste. È prodotto, rivendicato e da qualche mese anche certificato dal Consorzio. I numeri, in verità, non sono eccessivi: se è vero che abbiamo difeso 600 ettari di durello, distribuiti tra Verona e Vicenza (dati Avepa), possiamo anche confermare che da una produzione vicina allo zero siamo passati in dieci anni a circa 500mila bottiglie. È solo per questo che oggi ne possiamo parlare da diverse angolature.
Allora direi “bravi” soprattutto alle prime 7 aziende che si sono riunite in un consorzio nel 1998: Fongaro, Marcato, Cecchin, Cantina dei Colli Vicentini, Cantina di Monteforte, Cantina di Gambellara, Cantina di Montecchia.
Poi sono arrivati altri produttori, sia soci che non soci, ed ognuno sta raccontando con i propri vini una storia che mi piace pensare diversa. Mi piace il Durello metodo classico di Marcato per la sua integrità, quello di Fongaro per la sua eleganza, quello di Cecchin per la sua continuità; ma altrettando mi piacciono le versioni charmat di Colli Vicentini, irrinunciabili in queste calure estive, quello di Gambellara più morbido e quello di Soave più complesso, dipendentemente dal momento e da ciò che li accompagna. Tutto questo una volta non c’era, adesso c’è ma non è finita. Sono molto coinvolto dalle nuove sensibilità che il Durello un qualche modo scatena: pensiamo al fermo di Sandro De Bruno, all’austerità di Monteforte ed al carattere dei due Durelli di Corte Moschina, oltre all’originalità di Val Leogra.
Devo poi ricordare altre aziende che oggi fanno grande il Durello e che comunque devono ringraziare gli altri, quelli che al Durello ci hanno creduto da sempre, tanto da “sacrificarsi” in una convivenza consortile.
Ottimi Dama del Rovere e Tonello, da sottolineare un notevole rotorno al passato da parte degli amici Maltraversi, oltre a Daniele Piccinin.
Ma questo non è tutto,: ci stanno arrivando segnali di risveglio, ad oggi solo come igt, da parte di tante altre qualificate aziende veronesi e vicentine.
Oh, che bello: siamo più di dieci, siamo forse venti, quando qualche anno fa mettere insieme cinque bottiglie di Durello regolarmente etichettate era difficile, se non impossibile.
Per questo mi piace pensare che al di là delle diverse interpretazioni e dei diversi stili, oggi il Durello almeno c’è. Ognuno può acquistare e degustare quello che più gli assomiglia.
Non abbiamo sinceramente oggi ancora le dimensioni per stigmatizzare interpretazioni e stili diversi. Però mi piace anche ringraziare chi con testimonianze e provocazioni sottolinea da sempre che il Durello finalmente è una realtà vera come tante altre e questo per i produttori è un risultato importante.
A chi suggerisce un confronto tra i produttori va un caloroso invito a partecipare alle manifestazioni che il Consorzio attiva. Se avete perso recentemente la kermesse di Brenton con dieci aziende socie e non socie, accreditatevi per il prossimo appuntamento nella Valle del Chiampo per la decima edizione del Durello & Friends, una bella occasione per chiacchierare tutti insieme con i produttori, perché se una volta non c’era, adesso il Durello c’è.

L'intervento che si legge qui di seguito l'ha, come si usa dire, postato Giustino Catalano a commento del mio pezzo sulla pizzeria Di Matteo di Napoli. Siccome non so quanti leggano i commenti, e visto che lo giudico un gran bel raccontare, lo pongo in rilievo in home page, a sé stante. a.p.

Giustino Catalano
Ho letto con piacere, come sempre, la tua bella newsletter e proprio l'articolo su Di Matteo mi ha riportato alla memoria quel giorno del G7 (era il G7) ed io abitavo per motivi lavorativi proprio all'ingresso di Via Tribunali, accanto al conservatorio.
Quella pizzettina da 1000 lire (tanto costava la pizza con la quale si faceva pausa in classico stile street food) ci costò svariate centinaia di milioni di lire.
Via Tribunali fu chiusa al traffico... anche pedonale, ed io che ero sceso per recarmi in Tribunale fui fermato da agenti in borghese della Digos che mi chiesero documenti e mi perquisirono sotto il portone di casa. Dopo essersi assicurati di essere in presenza di persona tranquilla mi suggerirono un percorso alternativo o, data la lunghezza dello stesso, di rimanere a casa.
Nel cielo andavano in giro elicotteri dei carabinieri con teste di cuoio per metà fuori degli stessi e, quando uscì sul terrazzino che dava su Napoli potei vedere sui terrazzi di vari palazzi uomini in divisa e in borghese armati... una pizzetta costosissima.
Di Matteo e la friggitoria...
Hai provato la pizza fritta. Quel piccolo gioiello che viene calato nel nero (nerissimo) olio bollente e diviene enorme? Quella che quando l'addenti trovi un soffice ripieno di ricotta, annerito dal pepe, con salame di Napoli, e mozzarella?
Quella è la versione più nobile dello street food partenopeo, il diretto discendente dell'ormai scomparso panino cicoli (ciccioli di maiale) ricotta e pepe.
Quel panino che ricordo vendersi con carretti di fortuna, per i vicoli della Napoli che non esiste più, al grido di "facite marenn!" (fate merenda)... se l'hai persa dovrai riparare alla prossima!
L'olio nero, che suggerirebbe ai più savi di desistere dal prendere il fritto, è proprio la misura con la quale i napoletani scelgono la friggitoria dove acquistare... più è nero meglio è!
E in quella napoletanità che li rende simpatici, facendo dimenticare le tante contraddizioni e assurdità, prima di entrare e riferendosi a se stessi ed ai propri commensali sono soliti dire... "jamm, ca' oggi facimm o' cagn' e' l'uogglio!"...", andiamo, che oggi facciamo il cambio dell'olio".

Amedeo Ciminelli
Piatto della tradizione maremmana, dei butteri, della cultura agro-pastorale; quando la Maremma andava dalla pianura pontina al grossetano.
Piatto della transumanza e della semplicità contadina, quando gli ingredienti seguivano le stagioni e arricchivano la pentola con gli odori dei campi e degli orti.
Il lardo, la conserva, il cacio. E poi una cipolla, un mazzo d’erbe, di quelle spontanee dei campi: crespigno, farinelli, ramoracce, papavero. Oppure le piante tolte dall’orto per far posto alle nuove colture. Le cucuzze. Con i cicci, le foglie e gambi, ed i fiori…
Una cipolla soffritta, il peperoncino, le erbe pulite, il pomodoro (o la conserva). Aggiungi l’acqua e porti a bollore. Il sale grosso. La cotica e le croste di formaggio (immancabili). La cottura lenta, mite, che fonde insieme gli umori e gli aromi. Plo, plo, plo, plo… Quasi all’ultimo le uova, cotte come in camicia, ad arricchire quell’acqua cotta che a chiamarla brodo è un complimento… Il pane secco nel piatto, il pecorino…
Un piatto della mia fanciullezza, della mia nonna, nei profumi dei miei ricordi.
Chiudo gli occhi e sorrido.

Pubblico, condividendone i contenuti, il comunicato diffuso dalla Federazione italiana dei Vignaioli indipendenti in materia di alcol e sicurezza stradale.
Angelo Peretti

La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti desidera prendere una posizione chiara e forte rispetto al progetto di legge sulla sicurezza stradale che è in discussione presso la Commissione Trasporti, che presiede l’onorevole Mario Valducci.
La proposta, vorremmo ricordarlo, è quella di abbassare il limite dagli attuali 0,5 grammi di alcol per litro di sangue a 0,2 g/l. Se passasse questa legge praticamente sarebbe vietato a chiunque il mettersi alla guida dopo aver consumato anche una sola birra o un bicchiere di vino.
La Fivi desidera sgombrare il campo da qualsiasi possibile illazione rispetto a una nostra volontà di incitare all’alcolismo tra i giovani e il desiderio di aumentare il numero di incidenti stradali. Siamo per il consumo moderato e consapevole del vino di qualità. La nostra volontà è un’altra, ovvero quella di difendere la possibilità per gli italiani di consumare anche un solo bicchiere di vino a pasto, il cui consumo è addirittura consigliato dalla stragrande maggioranza dei nutrizionisti a livello mondiale. Nessuno con un tasso dello 0,5 ha mai provocato un incidente a causa del suo tasso alcolico, e per questo motivo in gran parte del Vecchio Continente si era fissato già questo limite assai ristrettivo. Abbassandolo a 0,2 si criminalizza il vino e tutta la cultura millenaria che ha contribuito a creare fin dalla notte dei tempi.
Siamo anche stanchi di vedere la nostra produzione assimilata a sostanze alcoliche ben più pericolose per la salute dei giovani e degli adulti come i super alcolici di tipo industriale. Il vino artigianale ha uno stretto legame con il territorio, ha creato una solida economia locale grazie alla forte alleanza strategica con osterie, ristoranti, locande, wine-bar ed enoteche. Questa sorta di proibizionismo che sta colpendo il nostro paese rischia di mettere in ginocchio un intero settore, uno dei pochi che genera profitti e che incrementa il settore turistico italiano.
Chiediamo pertanto che venga assolutamente riconsiderato questo abbassamento dallo 0,5 allo 0,2 per il bene del vino italiano e delle nostre tradizioni enogastronomiche.
Chiediamo, invece, un giro di vite rispetto al consumo di stupefacenti, vera causa di incidenti mortali e che le forze dell’ordine non possono adeguatamente sanzionare per la mancanza di narcotest sulle nostre strade.
Fermiamo le stragi in modo intelligente con un controllo più capillare mantenendo gli attuali limiti che già sono molto stretti, senza per questo colpire ingiustamente chi si spezza la schiena nei campi e tra le botti per realizzare un prodotto artigianale e di tradizione millenaria come il vino.
Uno stato forte è quello che fa rispettare le leggi e non quello che crea limitazioni sempre più strette perchè non ha la possibilità di fare rispettare la propria legislazione.

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