Per me che amo ben pochi Pinot Neri italiani e, quei pochi, tutti provenienti da Mazzon, una piacevole conferma, questo Pinot Nero di Elena Walch. D’altronde siamo a Glen, pochi chilometri da Mazzon e, sebbene le due località siano separate dalla vallata di Molini, godono più o meno della stessa esposizione e, forse, della stessa composizione del terreno.
La scheda del vino recita: vigneti a 650 metri con esposizione sud-ovest, pergola di 38 anni e guyot di 9, maturazione per 14 mesi in barriques parzialmente nuove.
Ecco: il risultato è quello che mi aspetto da un Pinot Nero. Un bel colore trasparente, quasi scarico con venature granate. Un naso che si apre, quasi ritroso, con erbe aromatiche di campo, un che di balsamico, piccoli frutti rossi e, poi, cuoio, liquirizia, cacao ma in modo non invadente, giocando più sui toni dell’eleganza che della forza.
La bocca è piacevolmente equilibrata, a esaltare un’alcolicità non eccessiva, la sapidità e l’acidità. Il bel frutto croccante e la speziatura riempiono piacevolmente il palato e rimangono in bocca molto a lungo. Bel finale asciutto e pulito.
Un vino pronto, da bere con piacevolezza oggi, ma con una bella aspettativa di vita davanti a sé.
Due beati faccini :-) :-)
La Sardegna è (giustamente) nota per il suo mare e le sue spiagge, che nulla hanno da invidiare ad altrettanto famose destinazioni esotiche. Purtuttavia la Sardegna che amo è diversa, per lo più sconosciuta e poco frequentata se non da coloro che hanno avuto la fortuna di scoprirla. In ogni caso, come condannare, soprattutto d’estate, coloro che non sanno resistere al richiamo di bianche spiagge e mari cristallini? Ecco, quindi che, dopo un’intensa giornata passata in mare o in barca, pare quasi un miraggio un calice di vino bianco secco e fresco, da accompagnare a piatti di pesce, spesso, ma (ahimè) non sempre, freschissimo e ben fatto.
Per una volta, quindi, non parlerò della Sardegna che più amo, quella dell’interno, legata ai pastori e a una cucina “terricola”, dove agnelli, pecore, maialini e formaggio la fanno da padrone. Piatti con i quali, ovviamente, si beve Cannonau, Cagnulari, Carignano, Monica: vini rossi, intensi e inebrianti come il paesaggio della Barbagia, del Logudoro, della Gallura, dell’Ogliastra, del Sulcis.
Per una volta racconterò della Sardegna più immediata e facile, di quella legata alle coste e alla sua cucina, quasi tutta d’importazione e così poco sarda. Una cucina che ha nel pesce e nei crostacei (spesso pescati molto lontano dalle coste sarde) gli ingredienti principe. E come non parlare, a questo punto del vino che li accompagna quasi immancabilmente? Quel Vermentino che, normalmente servito a temperature polari, è comunemente apprezzato più per la sua temperatura che per le sue qualità enologiche? Ovvio che non sempre (per fortuna) è così e la riprova è la sequenza di Vermentini che ho avuto occasione di assaggiare di recente. Cosa dire: una qualità media buona, con punte di eccellenza (anche se il vino che più mi è piaciuto, il Capichera, pur essendo vermentino in purezza, non si fregia della docg e neppure della doc, per scelta del produttore) e qualche perplessità per delle bottiglie un po’ troppo orientate sul “gusto internazionale”, con qualche ammiccamento piacione e qualche cedimento alla dolcezza che, francamente, in un Vermentino non mi aspetto.
Un ultimo appunto sull’Iselis, dove l’uva nasco è quasi in purezza: molto interessante la scelta di Argiolas di cimentarsi in un prodotto dove il vermentino dona freschezza ed acidità ad una base con notevole struttura e stoffa.
Vermentino di Gallura Superiore Aghiloia 2010 Cantina del Vermentino
Naso complesso con sentori di mandorla amara. Bocca fresca e vellutata. Finale secco e pulito
Due beati faccini :-) :-)
Vermentino di Gallura Funtanaliras 2010 Cantina del Vermentino
Naso di fiori bianchi d’acacia e mela cotogna, vaghi accenni di mandorla amara. Bocca asciutta, morbida e pulita.
Un faccino :-)
Vermentino di Sardegna Costamolino 2010 Argiolas
Naso sottile, teso e al tempo stesso delicato. In è bocca secco e gradevole con buona sapidità. Finale asciutto.
Due faccini :-) :-)
Vermentino di Sardegna Tyrsos 2010 Contini
Profumi delicati di fiori bianchi e mandorla amara. Bocca sapida con buona acidità. Sconta un finale vagamente ammiccante nella dolcezza.
Un faccino :-)
Vermentino di Sardegna Donnikalia 2010 Ferruccio Deiana
Naso un po’ chiuso, vaghi sentori di mandorla. Una bocca secca e sapida ma che non mi ha entusiasmato.
Un faccino scarso :-)
Vermentino di Sardegna Pariglia 2010 Contini
Profumo intensi, morbidi, con vaghi sentori di frutta bianca. Bocca fresca e sapida, con finale forse un po’ troppo ammiccante.
Un faccino :-)
Vermentino di Sardegna Mattarriga 2010 Chessa
Naso floreale e di mandorla. Bocca fine e morbida caratteristica. Buon finale amarognolo.
Un faccino :-)
Isola dei Nuraghi Iselis Bianco 2009 Argiolas
Uve nasco con saldo di vermentino. Affina due mesi sulle proprie fecce e una piccola parte fermenta in barrique. Naso di fiori gialli e frutta tropicale con piacevole nota muschiata. In bocca gradevolmente sapido, quasi salato di salgemma, leggermente amarognolo, con un bel finale lungo e teso.
Due beati faccini e quasi tre :-) :-)
Isola dei Nuraghi Capichera 2009 Capichera
Vermentino in purezza. Naso complesso e ampio di erbe aromatiche e frutta gialla, melone e ananas in primis. Note evidenti di pietra focaia. Una bocca tesa, secca, viva: si apre con frutti gialli maturi e conclude lunghissimo con grande mineralità e sapidità.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Vi sono tre piante che caratterizzano più di altre l’areale mediterraneo: la vite, il leccio e l’ulivo e tutt’e tre crescono in zone a clima temperato caratterizzate da inverni miti. La vite, in verità, si è molto ben adattata anche in climi rigidi, mentre le altre due specie, forse più delicate, forse meno adattabili, non hanno goduto della stessa possibilità. Parrà quindi molto strano trovare dei lecci a Osoppo, una trentina di chilometri a nord di Udine, ben al di fuori di quello che abitualmente è considerato un “ambiente mediterraneo”. Eppure quei lecci che troviamo sul Colle di Osoppo non sono l’unica testimonianza di mediterraneità del Friuli: nella stessa Osoppo ma anche poco più a sud, a Buttrio e Cividale del Friuli o a est, a Nimis, non è infrequente imbattersi in oliveti coltivati, testimonianza di una produzione di olio d’oliva, altra caratteristica del mondo mediterraneo, non legata al semplice consumo familiare.
In Friuli Venezia Giulia si dice olio extravergine d’oliva e subito si pensa al Carso, al golfo di Trieste. Eppure anche là, sulle colline a ridosso di Udine cominciano a farsi strada alcuni piccoli produttori di qualità. Oddio, i numeri non sono sicuramente quelli delle grandi estensioni delle regioni centrali e meridionali d’Italia ma, se la qualità non si misura a quintali d’olio bensì in base al risultato ottenuto, con un occhio o forse anche tutt’e due alla integrità e salvaguardia del territorio, ecco: gli oli di queste zone che ho potuto assaggiare recentemente, nulla hanno da invidiare ad altri e ben più famosi prodotti “mediterranei”.
Cinque oli rappresentativi di tre delle quattro province della regione. Uno di questi può fregiarsi della dop Tergeste, che caratterizza la produzione di alcuni comuni della provincia di Trieste e impone l’uso per almeno il 20% della cultivar bianchera, specie locale diffusa anche in tutta l’Istria. Tutti, dop o meno, sono caratterizzati, pur in un’annata non felice come il 2010 per la produzione di olio d’oliva, da un buon risultato qualitativo.
Olio extravergine di oliva - Castelvecchio - Sagrado (Gorizia)
Profumi delicati di frutto e ortaggi freschi, con vaghi ricordi di nocciola. Bocca inizialmente dolce con amaro e piccante sullo sfondo. Finale di oliva e mandorla mature. L’olio che, forse, più ha scontato l’annata infelice e la raccolta in parte tardiva.
Un faccino :-)
Olio extravergine d’oliva - Fior Rosso - San Dorligo della Valle (Trieste)
Grande pulizia al naso con sentori di ebra fresca, foglia di pomodoro, mela verde. In bocca gioca fra dolcezza e amarezza con prevalenza di quest’ultima, mentre la piccantezza rimane sullo sfondo. Finale gradevole e pulito con richiami alla noce.
Un faccino, quasi due :-)
Olio extravergine di oliva - Venturini Remo - Osoppo (Udine)
Olio fruttato medio con sentori di cardo, foglia di pomodoro e vaghi accenni di mandorla verde. In bocca equilibrio fra dolcezza, amarezza e piccantezza, con leggera prevalenza di quest’ultima. Nel finale bel ritorno della mandorla verde con finale pulito.
Un faccino :-)
Olio extravergine d’oliva - Petrossi - Nimis (Udine)
Due giovani ragazzi per un buon olio ma che, soprattutto, fanno ben sperare per il futuro dell’olivicultura in Friuli. La bianchera è evidente ma rimane quasi inespressa causa la giovinezza delle piante. Un olio equilibrato, con piacevoli sentori di cardo, foglia d’oliva. Finale molto gradevole e lungo.
Un faccino, quasi due :-)
Tergeste dop Lenardon - Lenardon - Muggia (Trieste)
Naso fruttato intenso (la bianchera in purezza è evidente) con ricordi di forglia di pomodoro e mela. Entrata potente con una bella amarezza che subito si fa notare e con la piccantezza che emerge graduale ma decisa. Note di carciofo, foglia di pomodoro per un finale di noce e nocciola straordinario. Un grande olio con un retrogusto che lo fa ricordare anche a distanza di molto tempo.
Due faccini, quasi tre :-) :-)
Risulta un po’ strano, in una zona dove la monocultura viticola ha occupato tutti gli spazi utili, trovare estesi boschi che lambiscono i vigneti. E, si badi bene, non solo in quelle zone dove piantare vigne risulterebbe arduo o quantomeno antieconomico: anche in zone dove altri viticultori non ci penserebbero due volte a sbancare il terreno per farne nuovi vigneti, la famiglia Filippi continua a voler preservare la biodiversità, salvaguardando il bosco.
La Brà è una zona della doc Soave caratterizzata, quindi, da una forte compenetrazione fra vigneto e bosco, ma anche da un’altitudine che fa del vigneto di Filippi il più alto in assoluto della doc. Tutto questo, unito a una splendida esposizione a sud-ovest, all’età delle vigne (circa sessant’anni), permette di ottenere questo cru, uno dei più interessanti di tutta la doc. La coltivazione, biologica, è a pergola veronese e la particolare composizione del terreno (un misto di argilla, basalto e calcare) permette di ottenere delle uve cariche di mineralità e florealità al tempo stesso. La garganega riesce a esprimersi al meglio, anche grazie alla lavorazione che evita eccessivi traumi all’uva, sfruttando i dislivelli presenti in cantina per i travasi. Dopo una fermentazione innescata esclusivamente da lieviti autoctoni, il vino matura quasi due anni in acciaio e viene imbottigliato senza filtrazione né chiarificazione.
Un vino di colore giallo paglierino carico, che esprime complessi profumi minerali, quasi di zolfo, con note di fiori bianchi, erbe aromatiche e frutta a polpa bianca. In bocca entra con una grande sapidità e mineralità, si fa notare per la grande struttura e conclude con notevole persistenza.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Oddio, adesso chissà cosa dirà l’ingegner Renato, Cecchin per chi non conosce di Durello e Monti Lessini. Già, perché l’ingegner Renato è giustamente famoso per essere stato il pioniere della rinascita (o nascita?) del Durello: quando nessuno credeva in quello splendido vitigno, lui, caparbiamente, lo difese e lo promosse. Oggi i risultati gli danno ampiamente ragione.
Non di Durello, tuttavia, voglio parlare oggi e, proprio per questo mi aspetto da lui una tirata d’orecchi. Oggi l’argomento è il Gambellara, vino spesso bistrattato e posto in secondo piano rispetto al più famoso ed ingombrante vicino: il Soave. Un Gambellara particolare, prodotto da Casa Cecchin e in cui (seconda tirata d’orecchi) lo zampino è più della figlia Roberta che del padre Renato. Un Gambellara che nasce nella zona di Agugliana, frazione di Montebello Vicentino e non lontano da quell’antico vulcano, il Calvarina, che tanto ha segnato con i suoi basalti il territorio circostante e ha permesso di ottenere dei vini carichi di mineralità e sapidità che quasi non t’aspetti in un territorio del nord. Agugliana è una frazione che gode di un microclima straordinario: grazie alla sua altitudine riesce ad emergere quasi sempre dalle nebbie invernali, evitando pericolosi ristagni di umidità; è magnificamente esposta sia al vento che al sole e questo permette una ottimale maturazione delle uve: la garganega, in questo caso, riesce ad esprimere il meglio di sé, come in questo Gambellara Classico La Guarda 2009.
L’uva è raccolta tardivamente e, dopo la pigiatura, il mosto rimane sulle proprie bucce alcune ore. Matura solo in acciaio, a contatto per alcuni mesi con le fecce nobili ed esce, dopo un periodo di affinamento in bottiglia, generalmente un anno dopo la vendemmia.
La raccolta tardiva è evidenziata da un bel colore giallo paglierino intenso, con sfumature dorate. Al naso la mineralità ben si amalgama con netti profumi di frutta gialla. Emerge gradualmente una bella vena balsamica.
La bocca evidenzia una grande struttura, dove la mineralità a poco a poco volge verso note di mandorla che lasciano un piacevole retrogusto amarognolo accompagnato da una grande persistenza.
Due beati faccini :-) :-)
Il maestrale è un vento violento, temuto da tutti i velisti per le sue caratteristiche, che possono portare instabilità e temperature fredde. Temuto ma anche amato, al punto da dare il suo nome ad una barca a vela. In Provenza e un po’ in tutta la Francia del Sud il maestrale viene chiamato mistràl, che altri non è che la traduzione dell’antico provenzale maestral. Il mistral, provenendo da ovest, dall’Atlantico, entra nella Valle del Rodano scavalcando il Massiccio Centrale e acquista velocità, al punto da caratterizzare con tempeste di vento anche violente la zona. La zona è caratterizzata da una stagionalità delle piogge molto marcata e da temperature calde con grande insolazione.
I vigneti Saint Esprit si trovano nella parte nord del dipartimento dell’Ardèche, situato più o meno al centro della parte meridionale della Valle del Rodano. La maison Delas Frères è una grande azienda che nasce nella prima metà dell’Ottocento come négoce e che solo recentemente si è rinnovata nella direzione del rispetto della territorialità e delle caratteristiche di ciascuna zona in cui ha vigneti.
Il Saint Esprit è un syrah al 70% accompagnato da grenache al 20% e piccoli saldi di mourvedre e carignan. Il risultato è un vino caratteristico nei profumi e nel gusto cui il passaggio solo parziale in barriques non toglie freschezza e frutto.
Si apre al naso con aromi varietali dove la prevalenza del syrah si fa sentire: piccoli frutti rossi, violetta, liquirizia. Purtuttavia la grenache si nota sul fondo e marca in modo caratteristico con la sua freschezza e le sue note vinose. In bocca ampio e rotondo si distingue per la finezza e la facilità di beva. Bella lunghezza con finale asciutto.
Un beato faccino e quasi due :-)
Ci vuole grande mestiere per saper gestire quel vitigno scontroso e difficile qual è il pinot nero. Se poi si tratta del pinot noir di Ambonnay occorre anche grande carattere e personalità, tutto quello che non manca a Marie-Noelle Ledru, vigneron capace di produrre grandi Champagne nel solco di una tradizione famigliare vecchia di sei generazioni.
I suoi Champagne sono di grande spessore e struttura, ma mai monotoni, sempre in evoluzione. Li assaggi e credi di aver colto tutto di loro. Li riassaggi dopo qualche mese (o anno) e li scopri ancora in evoluzione là dove ti parevano aver raggiunto la stabilità e la tranquillità.
Marie-Noelle fa prodotti non semplici e che, forse, non tutti apprezzano, proprio per la loro grande personalità.
Il Grand Cru Extra Brut è, di fatto, un dosage zéro dove la grande personalità del pinot noir di Ambonnay esce prepotente, nervoso e dalle mille sfaccettature.
Croissant, erbe aromatiche, piccoli frutti rossi in primi ribes nero, un che di citrino per un naso estremamente complesso.
In bocca la grandissima acidità fa da cornice ad una grande eleganza. Lunghissimo, con un piacevole retrogusto di nocciole e balsamico.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Mauro Pasquali
Il Primitivo per anni è stato usato come “vino da taglio” per irrobustire nel colore e nella gradazione alcuni poveri vini del nord, relegandolo a prodotto di “serie B” buono, tutt’al più, per un consumo locale. Poi sono arrivati i californiani, con il loro zinfandel che ha conosciuto grande fortuna e che, dopo anni, si è scoperto non essere altri che il nostro primitivo. Oggi sono due le zone pugliesi più famose per la produzione di Primitivo: Manduria e Gioia del Colle. I vini di quest’ultima area sono caratterizzati da una maggiore finezza ed eleganza rispetto a quelli prodotti a Manduria: l’altitudine e, quindi, le escursioni termiche contribuiscono ad arricchire aromaticamente questi vini e a renderli meno aggressivi.
Difficile, di primo acchito, capire che questo Polvanera 16 è un Primitivo. Tra l’altro il nome deriva dalla rispettabile gradazione alcolica che lo contraddistingue: un vino che ben s’accompagna ad arrosti e cacciagione.
Al naso ti colpisce con un’esplosione di profumi di frutta sotto spirito, confettura di piccoli frutti neri e note di grafite. In bocca entra dolce e ti avvolge morbido e caldo con eleganza. Il finale è lunghissimo, quasi interminabile.
Un Primitivo davvero sui generis, diverso da quelli cui siamo abituati.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Mauro Pasquali
La zona del Rufina non da oggi sta distinguendosi nel mare magnum del Chianti come, probabilmente, la più dinamica e, al tempo stesso, come quella dove la difesa della tipicità e della tradizione è più marcata. La valle del Sieve ed il Mugello tutto non hanno la nomea di altre zone più turistiche della Toscana ma possiedono un patrimonio unico: una biodiversità non intaccata dalla monocultura viticola: i boschi si alternano ai vigneti, l’altitudine aiuta le vigne di sangiovese ad esprimere il meglio e questo Frascole 2007 di sangiovese ne ha tanto, dentro di sé, oltre il 90% con piccoli saldi di canaiolo e colorino, due vitigni che come il sangiovese e al pari di trebbiano toscano e malvasia del Chianti hanno da sempre caratterizzato la viticultura locale.
Alla vista un bel colore rubino con leggeri riflessi aranciati. Al naso le note caratteristiche di lampone e fragola di bosco, poi viola e un accenno di liquirizia. In bocca ti colpisce subito per la sua freschezza, la sua sapidità. Il finale è lungo, lunghissimo e ti lascia la bocca pulita. Asciutta.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Quello che più mi ha colpito inizialmente di questa bottiglia è stata l’etichetta: un bell’acquerello che ritrae un borgo (presumo Fiè allo Sciliar) con una montagna sullo sfondo e una vigna con dei grappoli in primo piano.
Markus Prackwieser ha da non molti anni iniziato a vinificare in proprio, con grandi risultati, frutto della costanza e della passione che mette nel proprio lavoro. Oggi è uno dei punti di riferimento della viticultura in Alto Adige. Per scelta si è cimentato con vitigni tipici della zona, fra cui pinot bianco e nero, gewurztraminer e sauvignon. Tra tutti spicca, per territorialità e tradizione la schiava nera, in tedesco vernatsch.
I vigneti sono ripidi e situati ad altitudine variabile fra i 300 e i 500 metri. Le pendenze importanti costringono ad una lavorazione quasi esclusivamente manuale.
Questa Südtiroler Vernatsch, che viene raccolta verso metà ottobre e che fa quasi esclusivamente acciaio, con piccolo saldo di botte grande, si distingue per una grande semplicità di beva. Un bel colore rosso rubino con marcate trasparenze ben dispone all’assaggio. Il naso fa fatica ad aprirsi, resta quasi sospeso, con note di piccoli frutti rossi, accenni di viola e mandorla. La bocca, viceversa, colpisce subito per la grande freschezza e sapidità. Una beva semplice ma, al tempo stesso appagante, con un finale bello lungo. Un “vinino” che è un piacere bere con salumi e formaggi di media stagionatura ma, anche, con più impegnative zuppe di cereali o carni rosse.
Due beati faccini :-) :-)
Mauro Pasquali
Il pecorino, inteso come vitigno e non come formaggio, stava quasi scomparendo, relegato nelle zone montane delle Marche e dell’Abruzzo da una bassa resa che non gli permetteva di competere con altri più produttivi vitigni. Talmente bistrattato che solo pochi ostinati produttori continuavano a vinificare quest’uva e, per lo più, lo facevano producendo vini di scarso interesse e destinati ad un consumo immediato e locale.
Gradualmente, grazie all’azione di alcuni appassionati produttori, il pecorino è tornato ad essere coltivato con esiti assai interessanti.
Il Ciprea 2008 ha un bel colore tipico: brillante con riflessi verdognoli. Al naso apre sentori di frutta gialla e di salvia.
Nel bicchiere è molto lento ad aprirsi, ma quando lo fa la nota minerale esce prepotente e accompagnata da una notevole sapidità e dalla bella nota acida. Una bella e insospettabile lunghezza conclude una beva piacevole e fresca.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Mauro Pasquali
Sarà perché i vini valdostani mi portano alla mente ricordi giovanili. Sarà perché amo i vini minerali e con grande personalità e carattere. Sarà perché questo vino mi ha colpito immediatamente, alla vista con un perlage fine e persistente e al naso con un’esplosione di fiori bianchi, pera, agrumi. Sarà perché in bocca si apre con grande mineralità per poi chiudere con frutta bianca e gialla matura. Sarà per quel retrogusto di albicocca che ritorna continuo anche a distanza di tempo, ma questo Extreme 2007 mi è piaciuto, e molto.
Certo, lo ammetto, sono condizionato dal ricordo di questi vigneti, arrampicati a oltre 1000 metri di quota, coperti da nevi per tutto il periodo invernale, tanto da pensare come possano sopravvivere. E dal ricordo delle genti di queste zone, che si ostinano a coltivare là dove pare che sia impossibile farlo e coltivano e vinificano talmente bene da ottenere prodotti come questo Extreme 2007. Merito anche del prié blanc, vitigno che quassù si è così ben adattato da compiere l’intero ciclo vegetativo in un lasso di tempo più breve della maggior parte degli altri vitigni. Inizia a germogliare tardi, il che gli permette di sfuggire alle tardive gelate che a 1200 metri di quota in val d’Aosta sono sempre in agguato. Porta a maturazione i suoi grappoli molto precocemente per cui, anche in caso di nevicate anticipate, la vendemmia si è già conclusa. Uomo, vite, ambiente: c’è tutto il terroir valdostano in questo vino.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Mauro Pasquali
Il pinot nero è uva, ancor prima che vino, difficile e scorbutica. Necessita di clima e terreni particolari per poter esprimere il meglio di sé, oltre che di grande capacità del vignaiolo e del cantiniere. Preferisce zone fresche, con clima continentale: Borgogna, Nuova Zelanda, Oltrepò Pavese. E Alto Adige.
Ferruccio Carlotto fa parte di una famiglia che da tre generazioni coltiva uve, ma solo dal 2000 vinifica in proprio. Mazzon è una piccola collina sopra Ora ed è considerato il cru dei cru per quanto riguarda il Pinot Nero dell'Alto Adige. Qui Ferruccio e la figlia Michela riescono ad ottenere dei prodotti di assoluto livello, fra cui questo Pinot Nero 2003.
L'annata non è stata sicuramente delle più facili. Ciò nonostante questo Filari di Mazzon emerge per equilibrio e personalità. Alla vista è molto scarico, di quel colore tenue che solo i grandi Pinot Nero hanno.
Al naso piccoli frutti rossi: lamponi, fragole. Poi, ancora mirtilli sotto spirito, cacao, caffè.
In bocca entra bello asciutto e con grande eleganza. Si apre con un bel frutto croccante e una grande sapidità. Termina con una grandissima lunghezza con la bocca che rimane bella morbida a lungo.
Un Pinot Nero che ricorda i grandi Borgogna.
La foto è di Enoiche Illusioni.
Tre beati faccini pieni e convinti :-) :-) :-)
Mauro Pasquali
Una caratteristica contraddistingue il mondo del vino in generale: si tratta del prodotto alimentare meno chiaro, dal punto di vista etichettatura, che si conosca.
C'è l'uva, ovvio, e spesso, ma non sempre, viene dichiarato in etichetta di quale uva si tratti e in che percentuale. Poi ci sono i solfiti, anch'essi dichiarati in etichetta se superano i 10 mg/litro, ché la legge lo impone. Ma quanti? E, poi ancora: quante altre sostanze, naturali per carità, sono contenute in quella bottiglia?
Ecco, Marco Perco, titolare di Roncús, dichiara nella controetichetta tutto questo e molto altro. A cominciare dalle uve: 70% malvasia istriana, 20% tocai friulano e 10% ribolla gialla. Ma dichiara anche: 85 mg/l di solforosa totale, 4,9 di acidità, PH, zuccheri residui e così via. Se tutti i produttori avessero lo stesso coraggio, si farebbe un grande passo in direzione della trasparenza nel mondo del vino!
Il vino: cosa aspettarsi da un 2002 contraddistinto da grandi piogge e temperature basse? Siamo di fronte all'ennesima prova che non bisogna mai fidarsi delle apparenze.
Questo Roncús Bianco si presenta di un bel giallo oro, con profumi freschi di erbe aromatiche, fiori bianchi, un che di miele d'acacia.
Entra in bocca asciutto e deciso con grande sapidità ed armonia. Ti avvolge con sentori di pesca gialla, litchi, frutta secca. Alla fine ti lascia la bocca bella pulita e con un gradevolissimo retrogusto minerale.
Un grande vino che fa ricredere su quanto dichiarò tempo fa Marco Perco: “Difficile prevedere in un'annata così la durata, pensiamo sia meglio bere entro gli 8 anni, chissà...“
Tre beati faccini pieni e convinti :-) :-) :-)
Mauro Pasquali
Se è vero che la patria riconosciuta del Marzemino (nella sua versione ottenuta dall'uva marzemina gentile) è la Vallagarina e il suo capoluogo Rovereto, altrettanto vero è che sulle colline attorno a Breganze, l'uva marzemina si coltiva da secoli e da sempre si produce anche qui il Marzemino, anche se ormai sempre meno produttori l’hanno a listino. Ed è un peccato, ché, al pari di quanto accade nel vicino Trentino, anche sulle colline di Breganze, si ottiene un Marzemino di tutto rispetto.
Se da Breganze, ci si sposta poco più a sud, dove la pianura è caratterizzata dall'inizio della zona delle risorgive, troviamo un'unica altura che interrompe il piatto paesaggio e, su quest'unico colle, è appollaiata la Tenuta Bastia, la più piccola azienda della doc Breganze. Qui, dal 1971, Mario Saccardo produce i suoi vini, poche bottiglie ogni anno, e poche etichette, fra cui spicca questo Terrazze, marzemina in purezza.
Alla vista mi conquista con il suo bel colore rosso rubino, quasi impenetrabile. Al naso mi avvolge con un bel frutto croccante, di frutta fresca e piccoli frutti rossi. In bocca entra deciso, pieno e con una bella sapidità. Alla fine chiude con una buona lunghezza finale e un bel retrogusto di piccoli frutti rossi.
Un faccino e quasi due :-)
Mauro Pasquali
Aÿ è un paese di neppure cinquemila abitanti nel dipartimento della Marna. All'interno del territorio comunale, la zona dei Grand Cru è piccola piccola e la famiglia Gatinois ha la maggior parte dei propri terreni proprio qui. E proprio produce Champagne fin da 1696!
Questo Grand Cru Tradition Brut ha prevalenza di pinot nero (90%) e un po' di chardonnay(10%). Quasi un blanc de noirs.
Appena aperto non aspettatevi grandi profumi: attendete con pazienza qualche minuto e, nel frattempo, guardatene il bel colore che ricorda il paglierino della cipolla dorata. Poi, piano piano, si schiuderà in una esplosione di profumi di mela renetta e spezie, con una bellissima nota gessosa.
In bocca entra deciso, molto persistente ed estremamente pulito. La rusticità del pinot nero è evidente ma altrettanto evidente è la sua eleganza. Grande persistenza in bocca.
Due beati faccini :-) :-)
Mauro Pasquali
Ad un amico sardo ho detto che più conosco i sardi, più amo la Sardegna. E i suoi vini. Vini non facili, proprio come i sardi. E, come i sardi, i vini di Sardegna sanno darti il meglio di sé dopo un po che li conosci, quasi volessero studiarti e valutarti, prima di aprirsi.
Ho incontrato Paolo Dettori, padre di Alessandro, su un trattore, al rientro dalla vendemmia di uno degli ultimi vigneti. E questo già mi ha predisposto favorevolmente, in un mondo dove, spesso, i produttori di vino sono più in giacca e cravatta anziché con una forbice per potare in mano. Mi ha dedicato quasi due ore del suo tempo, rubandole alla pausa pranzo, ché poi avrebbe dovuto tornare a vendemmiare. E la vendemmia, si sa, non attende.
La cantina è un inno alla tradizione: solo vasche in cemento. Dieci barriques dieci che denunciavano dal colore del legno l'età: almeno una decina d'anni. E che Paolo usa per conservare il vino che avanza quando imbottiglia una vasca di vino, anziché utilizzare cinque o sei damigiane.
In campagna l'allevamento è ad alberello, come tradizione sarda vuole. Ma, soprattutto, in campagna non vi è alcun intervento chimico, così come in cantina.
Il vino non è né filtrato, né chiarificato e la solforosa aggiunta è il minimo indispensabile per la conservazione.
L'uva è cannonau al 100% e del cannonau conserva il colore, quello vero. Se vi è capitato di berne altri, potreste rimanere sconcertati: questo Tenores racchiude in sé varie sfumature di rosso, dal rubino al granato. Ma, soprattutto è trasparente, quasi un nebbiolo all'apparenza, colore tipico del cannonau di Sennori.
Al naso si è subito avvolti da una grande complessità, con intensi sentori di frutto maturo, di spezie, di terra, polvere quasi.
In bocca entra caldo e morbido e senza quella alcolicità che ti aspetteresti da un vino che dichiara 16 gradi in etichetta. Grandissima sapidità e una sensazione quasi di salmastro fanno da sfondo al frutto maturo, alle note balsamiche e di macchia mediterranea.
Alla fine la bocca rimane bella pulita, con una grandissima lunghezza gustativa.
Un grande vino che fai fatica ad inquadrare tanto evolve nel bicchiere ma che, bicchiere dopo bicchiere, finisce velocemente, tanto è grande la beva.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Mauro Pasquali
Innanzitutto il nome: nasce da un'idea di Marco Capitoni che volle, creando questo vino, fermare una sensazione, uno stato d'animo che ha contraddistinto l'annata imbottigliata. Quindi una frase per ogni millesimo. Leggo sulla bottiglia 2005: Una lepre a correre sfidai, la raggiunsi… mai! Sfide. La sfida di produrre un vino in questa terra, incastonata tra Montalcino e Montepulciano, quindi fra vini ben più famosi, anche se, spesso, non altrettanto emozionali e buoni. Una sfida a “misurarsi con i grandi vini della tradizione toscana”.
La prima annata prodotta risente della mano ancora non perfetta, ma sappiamo che il sangiovese è uva scorbutica.
Le vigne, vecchie di trent'anni, danno sangiovese e piccole percentuali di colorino e canaiolo.
Il vino matura per due anni in botte grande da 33 ettolitri (grande scelta in una terra recentemente convertita alla barrique) e poi ancora un anno in bottiglia.
Il naso profuma di frutto maturo, di ciliegia, di frutti di bosco, cui fa da accompagnamento una bella freschezza. In bocca mi avvolge subito con il suo grande equilibrio ed armonia per lasciarmi, alla fine, una bella sensazione di pulizia.
Il 2007, assaggiato in botte, fa ben sperare per un vino, quando uscirà, fra due anni, da incorniciare.
Nel frattempo, ma non prima della prossima primavera, vedrà la luce l'annata 2006: un bel passo avanti verso un grande vino della tradizione toscana.
Due beati faccini :-) :-)
Mauro Pasquali
Alessandro Mori, un anno dopo gli altri produttori di Brunello, imbottiglia il suo. Assaggio il 2005 conscio del fatto che da poco ha subito lo shock dell'imbottigliamento, anche se Alessandro mi dice che usa la tecnica dei nostri padri per ridurre il mal del vetro: il vino viene travasato dalle grandi botti di rovere in contenitori di acciaio per un mese, per abituare il vino all’ambiente senza ossigeno della bottiglia.
Un grande vino che si apre al naso con quei sentori polverosi così tipici nel Brunello. Poi, ancora, il frutto croccante con belle sfumature di ciliegia e lampone. In bocca i tannini setosi e la bella acidità ne fanno pronosticare una grandissima evoluzione. E una altrettanto grande longevità.
Un vino che riconcilia con il Brunello. Un Brunello che nasce senza manipolazioni, non solo quelle legate alle uve non previste dal disciplinare ma, anche, quelle in cantina: no alle presse, non ai fermentini, no ai lieviti selezionati, no al controllo della temperatura. E, finalmente, no alle barrique. Un Brunello tradizionale, fatto come dovrebbe essere fatto da tutti, senza ricorrere a scorciatoie o manipolazioni.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Mauro Pasquali
Quando si apre una bottiglia che costa meno di 10 euro - anzi 8,70, per essere precisi -, sei anche disposto ad accettare che non tutto sia perfetto, o quasi. Sei anche disposto a scendere a qualche compromesso. Ma quando apri una bottiglia come questa, capisci che chi va in giro a dichiarare che non è possibile bere vini straordinari se non pagando decine e decine di euro, capisci che questa persona o è in malafede o si fa incantare dal nome e non dalla sostanza. Chapoutier non è certo l'ultimo arrivato. La casa fa vini nella valle del Rodano da due secoli. Vini che costano anche qualche decina di euro e che sono (quasi) sempre ad un livello qualitativo di eccellenza. In questo caso stiamo parlando di un prodotto che dovrebbe essere nella parte bassa della gamma ma, che prodotto!
Uve grenache e syrah, al naso un bel frutto croccante con note di piccoli frutti di bosco e amarene. In bocca grande complessità dove, ai sentori nasali, si aggiungono aromi di spezie e liquirizia ed una bella acidità. Un finale asciutto e fresco, che lascia la bocca bella pulita.
Un vino da comprare e bere subito, magari abbinandolo a delle costolette di agnello ai ferri.
Tre beati faccini pieni e convinti :-) :-) :-)
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