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[Mario Plazio]
Le cantine sociali sono una cosa seria in Francia. Ricordo la Cave de Tain l’Hermitage, la Chablisienne, Les Sieurs d’Arques e molte altre. In alcuni casi sono state fondamentali per salvare una denominazione altrimenti destinata a scomparire. In Alsazia, e in questo il parallelo con il nostro Alto-Adige è molto calzante, le unioni dei produttori sono spesso sinonimo di altissima qualità proposta a prezzi fra i più competitivi. Tra queste vorrei parlare della Cave de Pfaffenheim, un colosso che negli anni ha inglobato anche le cantine dei paesi confinanti. Dispone di una serie di grand cru impressionante, ed è qui che la qualità è maggiore.
Questo Goldert (per il colore dorato del succo che ne deriva) rivela la grassezza e la materia dei riesling da terreni calcarei che si manifesta con decisi tocchi di limone confit, vaniglia (non fa legno), frutto della passione e liquirizia. Tutto sommato conserva un ottimo equilibrio globale, la mineralità resta discreta, a metà tra la pietra e l’idrocarburo. Sapida e balsamica l’uscita di bocca.
Se avesse un pizzico in più di complessità e di eleganza sarebbe ai massimi livelli, per il momento è semplicemente molto buono, e questo mi basta.
2 + faccini :-) :-)
Le cantine sociali sono una cosa seria in Francia. Ricordo la Cave de Tain l’Hermitage, la Chablisienne, Les Sieurs d’Arques e molte altre. In alcuni casi sono state fondamentali per salvare una denominazione altrimenti destinata a scomparire. In Alsazia, e in questo il parallelo con il nostro Alto-Adige è molto calzante, le unioni dei produttori sono spesso sinonimo di altissima qualità proposta a prezzi fra i più competitivi. Tra queste vorrei parlare della Cave de Pfaffenheim, un colosso che negli anni ha inglobato anche le cantine dei paesi confinanti. Dispone di una serie di grand cru impressionante, ed è qui che la qualità è maggiore.
Questo Goldert (per il colore dorato del succo che ne deriva) rivela la grassezza e la materia dei riesling da terreni calcarei che si manifesta con decisi tocchi di limone confit, vaniglia (non fa legno), frutto della passione e liquirizia. Tutto sommato conserva un ottimo equilibrio globale, la mineralità resta discreta, a metà tra la pietra e l’idrocarburo. Sapida e balsamica l’uscita di bocca.
Se avesse un pizzico in più di complessità e di eleganza sarebbe ai massimi livelli, per il momento è semplicemente molto buono, e questo mi basta.
2 + faccini :-) :-)
[Mario Plazio]
Prodotto dalla équipe dell’eccellente Château Clos Haut-Peyraguey e proveniente dalle vigne non classificate come premier cru, questo Sauternes è un ottimo affare per gli appassionati di vini dolci o moelleux, come dicono i cugini d’oltralpe.Il 1997 è oggi perfetto da bere, con un naso di liquirizia e più sulle note confit che non sulla botrytis (pesca in confettura, menta, fichi). Al palato colpisce l’elegante ossidazione che lo rende etereo e ne bilancia la naturale concentrazione. E poi quella netta sensazione di zafferano, davvero bellissima. Finale lungo e denso su ricordi di frutta secca.
Rispetto ai fratelli maggiori manca ovviamente di raffinatezza, ma rimane un ottimo liquoroso che si può reperire ad un prezzo onestissimo. Io l'ho abbinato ad una crème brulée alla liquirizia ed è stato semplicemente perfetto.
Due faccini :-) :-)
[Mario Plazio]
Gitton dispone di un incredibile patrimonio di vigne a Sancerre, che copre tutti i diversi tipi di suolo presenti sul territorio. È l’unico, almeno a quanto mi risulta, a vinificare individualmente ogni singolo vigneto, tanto che le etichette proposte dalla cantina sono circa una quindicina. In questa zona nascono i più grandi sauvignon del mondo, dotati di grande freschezza e capacità insospettate di invecchiamento.La vigna Les Herses produce dei vini che emergono per la grande sensazione di mineralità che riescono a comunicare. Negli anni di maturità risicata ricordano a tratti un Riesling tedesco per gli aromi di idrocarburi. Questo 2000 invece propone un minerale sassoso, con un frutto maturo che però non diventa esotico. È poi speziato, agrumato, e alla fine arrivano il kiwi e il melone. L’acidità vibrante di cui è dotato ben si sposa ad una materia matura, ma senza eccessi. In nessun momento prevalgono le note varietali, e questo è uno degli aspetti che più mi intrigano dei vini prodotti a Sancerre.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Mario Plazio
Un vino che in Italia difficilmente ti capita di incontrare. È una vendemmia tardiva, una tipologia tipicamente nordica che pochi si sono peritati di affrontare per la scivolosità dell’argomento. È facile infatti cadere nel banale, nello zucchero residuo usato per incontrare il gusto del consumatore senza però il giusto equilibrio che costituisce la magia delle grandi vendemmie tardive.
Angiolino Maule si è cimentato nell’arduo compito solo quando le annate lo hanno consentito. Mi ricordo a proposito il millesimo 1991, credo la prima annata di Taibane. Poi poche altre uscite, il 1996 e questo 1999.
Il mosto ha fermentato spontaneamente in botte grande per alcuni anni (3 o 4, non ricordo con precisione), il vignaiolo diceva che il vino doveva farsi senza fretta.
E noi siamo contenti di avere aspettato a lungo perché ci troviamo di fronte ad un liquido assolutamente originale.
La sensazione più evidente è quella di frutta, ma di una consistenza meno “artificiale” rispetto a quanto siamo abituati a trovare nei vini convenzionali. Il naso è tutto pesca, condito da un pizzico di esotismo e da aromi di pepe bianco e zenzero. L’ossidazione è leggera, in sottofondo, e serve ad accompagnare il fluire dei profumi. La dolcezza è solo accennata, è più una morbidezza che ricorda nuovamente la frutta molto matura. Il finale è asciutto e tannico e fortemente connotato dalla mineralità che ben esprime il territorio. Io lo berrei anche così, per esaltarne la complessità. Si presta però anche ad una cucina speziata o autunnale a base di funghi.
Tre faccini :-) :-) :-)
Un vino che in Italia difficilmente ti capita di incontrare. È una vendemmia tardiva, una tipologia tipicamente nordica che pochi si sono peritati di affrontare per la scivolosità dell’argomento. È facile infatti cadere nel banale, nello zucchero residuo usato per incontrare il gusto del consumatore senza però il giusto equilibrio che costituisce la magia delle grandi vendemmie tardive.
Angiolino Maule si è cimentato nell’arduo compito solo quando le annate lo hanno consentito. Mi ricordo a proposito il millesimo 1991, credo la prima annata di Taibane. Poi poche altre uscite, il 1996 e questo 1999.
Il mosto ha fermentato spontaneamente in botte grande per alcuni anni (3 o 4, non ricordo con precisione), il vignaiolo diceva che il vino doveva farsi senza fretta.
E noi siamo contenti di avere aspettato a lungo perché ci troviamo di fronte ad un liquido assolutamente originale.
La sensazione più evidente è quella di frutta, ma di una consistenza meno “artificiale” rispetto a quanto siamo abituati a trovare nei vini convenzionali. Il naso è tutto pesca, condito da un pizzico di esotismo e da aromi di pepe bianco e zenzero. L’ossidazione è leggera, in sottofondo, e serve ad accompagnare il fluire dei profumi. La dolcezza è solo accennata, è più una morbidezza che ricorda nuovamente la frutta molto matura. Il finale è asciutto e tannico e fortemente connotato dalla mineralità che ben esprime il territorio. Io lo berrei anche così, per esaltarne la complessità. Si presta però anche ad una cucina speziata o autunnale a base di funghi.
Tre faccini :-) :-) :-)
Mario Plazio
Una versione un po’ sottotono, forse anche qui ha il suo peso la famigerata annata 2003… Al naso è piuttosto reticente e disordinato, come fosse fuori fuoco. Probabilmente c’è un eccesso di solforosa, gli aromi sono inchiodati. Nonostante ciò fa capolino un pizzico di mineralità e il tipico petrolio, accanto ad ananas maturo.
L’ingresso è morbido e dolcino per la presenza di un residuo zuccherino, mentre nella seconda parte manca la giusta persistenza e l’acidità va per la sua strada.
Ad ogni modo il vino si fa bere con piacere e questo mi basta per il momento.
1 faccino e mezzo :-)
Una versione un po’ sottotono, forse anche qui ha il suo peso la famigerata annata 2003… Al naso è piuttosto reticente e disordinato, come fosse fuori fuoco. Probabilmente c’è un eccesso di solforosa, gli aromi sono inchiodati. Nonostante ciò fa capolino un pizzico di mineralità e il tipico petrolio, accanto ad ananas maturo.
L’ingresso è morbido e dolcino per la presenza di un residuo zuccherino, mentre nella seconda parte manca la giusta persistenza e l’acidità va per la sua strada.
Ad ogni modo il vino si fa bere con piacere e questo mi basta per il momento.
1 faccino e mezzo :-)
Mario Plazio
Una coppia di produttori appartenenti alla categoria dei "naturalisti". Niente pesticidi in vigna, molta attenzione alle piante, niente lieviti e pochissima o nulla solforosa a seconda della cuvée.
Questo cru di Burgueil, nel cuore rossista della Loira, rende bene fin dal nome l’idea del vino che troveremo in bottiglia. Si sente appunto il minerale, il sasso, il catrame. Una leggiadra nota vegetale, tipica della varietà (il cabernet franc) resta molto delicata in sottofondo. A tratti esce un aroma di pietra focaia che potrebbe far pensare più a un bianco che a un rosso.
Splendida la bocca, setosa, tutta confettura di fragola, pesca e viola. E poi l’acidità, quella che mi fa tanto amare bianchi e rossi di questa zona della Francia. Lungo vivo e dinamico, termina sul tartufo, sui fiori e su una ampia balsamicità.
Tutta la sottigliezza e la piacevolezza che amo ritrovare nei grandi vini.
Tre faccini :-) :-) :-)
Una coppia di produttori appartenenti alla categoria dei "naturalisti". Niente pesticidi in vigna, molta attenzione alle piante, niente lieviti e pochissima o nulla solforosa a seconda della cuvée.
Questo cru di Burgueil, nel cuore rossista della Loira, rende bene fin dal nome l’idea del vino che troveremo in bottiglia. Si sente appunto il minerale, il sasso, il catrame. Una leggiadra nota vegetale, tipica della varietà (il cabernet franc) resta molto delicata in sottofondo. A tratti esce un aroma di pietra focaia che potrebbe far pensare più a un bianco che a un rosso.
Splendida la bocca, setosa, tutta confettura di fragola, pesca e viola. E poi l’acidità, quella che mi fa tanto amare bianchi e rossi di questa zona della Francia. Lungo vivo e dinamico, termina sul tartufo, sui fiori e su una ampia balsamicità.
Tutta la sottigliezza e la piacevolezza che amo ritrovare nei grandi vini.
Tre faccini :-) :-) :-)
Mario Plazio
Ogni tanto mi diverto a prendere qualche etichetta celebrata e premiata da guide e guidine. Ho aperto in questi giorni uno di questi vini, il Tocai Friulano Vigneto Storico di Gigante. È a mio personalissimo avviso paradigmatico di un certo tipo di viticoltura friulana, che si sta sempre di più allontanando dal mio ideale enoico. Massiccio, alcolico (15°!), pesante, monolitico. Insomma, un vino che faccio fatica a bere.
Ma i friulani non hanno mai sentito parlare dei vinini?
Un faccino scarso :-)
Ogni tanto mi diverto a prendere qualche etichetta celebrata e premiata da guide e guidine. Ho aperto in questi giorni uno di questi vini, il Tocai Friulano Vigneto Storico di Gigante. È a mio personalissimo avviso paradigmatico di un certo tipo di viticoltura friulana, che si sta sempre di più allontanando dal mio ideale enoico. Massiccio, alcolico (15°!), pesante, monolitico. Insomma, un vino che faccio fatica a bere.
Ma i friulani non hanno mai sentito parlare dei vinini?
Un faccino scarso :-)
Mario Plazio
Da sempre il Monte Fiorentine è per me un punto di riferimento per i bianchi di Soave e, aggiungo, per i bianchi italiani in generale. Questo 2008 è a mia memoria uno dei più eleganti e slanciati che mi sia capitato di bere. Questo senza incappare in magrezze o mancanze di polpa.
C’è poco da dire: ha uno stile lineare, pulito e conferma la sua razza assoluta. Ancora molto giovane, esibisce però fin da subito il lato minerale del suo carattere, e affianca tutta una serie di aromi che non debordano mai nell’eccesso di maturazione o nelle scorciatoie di una tecnica fine a se stessa. Il naso propone mandarino, pesca, salvia e dopo qualche ora anche una bella nota terrosa che ne aumenta la profondità. Asciutto e sapido si fa bere che è un piacere, e questo penso sia un gran complimento per qualsiasi bottiglia.
Tre faccini :-) :-) :-)
Da sempre il Monte Fiorentine è per me un punto di riferimento per i bianchi di Soave e, aggiungo, per i bianchi italiani in generale. Questo 2008 è a mia memoria uno dei più eleganti e slanciati che mi sia capitato di bere. Questo senza incappare in magrezze o mancanze di polpa.
C’è poco da dire: ha uno stile lineare, pulito e conferma la sua razza assoluta. Ancora molto giovane, esibisce però fin da subito il lato minerale del suo carattere, e affianca tutta una serie di aromi che non debordano mai nell’eccesso di maturazione o nelle scorciatoie di una tecnica fine a se stessa. Il naso propone mandarino, pesca, salvia e dopo qualche ora anche una bella nota terrosa che ne aumenta la profondità. Asciutto e sapido si fa bere che è un piacere, e questo penso sia un gran complimento per qualsiasi bottiglia.
Tre faccini :-) :-) :-)
Mario Plazio
Grande vignaiolo il nostro Franz. E il suo pinot bianco è un classico tra i vini dell’Alto Adige. Quasi didattico, nel senso migliore del termine. Stupisce la delicatezza con la quale viene trattata la materia prima. Il pinot bianco è una varietà fragile, difficilissima da inquadrare. O si ottengono vini pesanti e imbevibili, o bibite diluite senza alcun interesse. Se ci pensiamo un attimo infatti, non sono molti i grandi pinot bianco che ci vengono in mente, segno del tutt’altro che semplice compito che spetta ai produttori.
Questo 2004 è ancora incredibilmente giovane, teso, forse con un pizzico di alcol in rilievo. I profumi spiccano per la loro spontaneità, senza alcun tecnicismo indotto. Riconosciamo la mandorla verde, il mandarino, la linfa, i fiori. La mineralità è in formazione e appena percettibile. Un gran bel compagno di tanti abbinamenti, saprà accompagnare senza prevalere risotti e preparazioni con verdure.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Grande vignaiolo il nostro Franz. E il suo pinot bianco è un classico tra i vini dell’Alto Adige. Quasi didattico, nel senso migliore del termine. Stupisce la delicatezza con la quale viene trattata la materia prima. Il pinot bianco è una varietà fragile, difficilissima da inquadrare. O si ottengono vini pesanti e imbevibili, o bibite diluite senza alcun interesse. Se ci pensiamo un attimo infatti, non sono molti i grandi pinot bianco che ci vengono in mente, segno del tutt’altro che semplice compito che spetta ai produttori.
Questo 2004 è ancora incredibilmente giovane, teso, forse con un pizzico di alcol in rilievo. I profumi spiccano per la loro spontaneità, senza alcun tecnicismo indotto. Riconosciamo la mandorla verde, il mandarino, la linfa, i fiori. La mineralità è in formazione e appena percettibile. Un gran bel compagno di tanti abbinamenti, saprà accompagnare senza prevalere risotti e preparazioni con verdure.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Mario Plazio
Una bottiglia in forma smagliante. Spezie, zenzero, sottofondo di botrite appena accennato. Tutta la magia del vino si rivela alla beva, dove tutto pare fondersi nel modo più ovvio possibile (cosa che invece è tutt’altro che scontata). Il segno della grandezza sta nella aerea leggerezza del corpo, caratteristica che appartiene solo ai grandi riesling di questa regione della Germania. Dopo più di un minuto il liquido continua a persistere nel palato, e ai sentori di caramello, frutta secca e minerale fa seguire paradossalmente delle note ancora più fresche di mango e agrumi, per terminare leggermente amarognolo, eredità lasciata dalla botrite. Equilibrio, leggerezza, finezza.
Tre faccini :-) :-) :-)
Una bottiglia in forma smagliante. Spezie, zenzero, sottofondo di botrite appena accennato. Tutta la magia del vino si rivela alla beva, dove tutto pare fondersi nel modo più ovvio possibile (cosa che invece è tutt’altro che scontata). Il segno della grandezza sta nella aerea leggerezza del corpo, caratteristica che appartiene solo ai grandi riesling di questa regione della Germania. Dopo più di un minuto il liquido continua a persistere nel palato, e ai sentori di caramello, frutta secca e minerale fa seguire paradossalmente delle note ancora più fresche di mango e agrumi, per terminare leggermente amarognolo, eredità lasciata dalla botrite. Equilibrio, leggerezza, finezza.
Tre faccini :-) :-) :-)
Mario Plazio
Tra i numerosi tagli bordolesi veneti, il Cabernet Due Santi prodotto a Bassano dai cugini Adriano e Stefano Zonta si è saputo imporre nel corso degli anni come un vino di grande personalità e dalla crescente eleganza. Questo è il resoconto di una verticale di alcune annate di questo rosso composto classicamente da un assemblaggio di cabernet sauvignon, merlot e cabernet franc.
2006. Colore non troppo intenso. Naso che sente ancora un legno di buona finezza, poi spezie, erbe, carne e fiori. Bocca ancora in corso di assestamento, alcolica, ma tenuta da una solida materia e dall’acidità. Finale segnato dai tannini, che risultano molto maturi e presenti. Coi minuti il quadro si fa più elegante, escono la liquirizia e ancora le erbe. Da attendere. 89/100
2005. Più intenso cromaticamente. È in una fase complicata, di chiusura. Con pazienza restituisce frutti rossi, agrumi e una nota terrosa. Al palato è contemporaneamente più elegante e sferico del 2006. I tannini hanno una dinamica diversa: entrano in azione velocemente. Il finale è segnato dal rovere per la nota lattica, mentre l’inizio del palato sembra peccare di un pizzico di diluizione. Anche questo ha bisogno di ritrovarsi in bottiglia. 86/100
2004. Limpido e giovanile nei riflessi. Sembra più compiuto, è senz’altro uno dei più fini. Aromi di more, erbe, grafite, coi minuti accentua il carattere balsamico. Compatto e diretto ha un bel ritmo. Agrumato e complesso, non insiste sulla concentrazione ma sulla continuità delle sensazioni. Forse il più bordolese della serie, e penso sia un bel complimento. 92/100
2003. Più cupo ed intenso, vive già di note terziarie, che virano sul cuoio e la gomma. E poi liquirizia, composta di frutta, tabacco. Potente ed alcolico, rivela anche note verdoline, per una probabile insufficiente maturazione polifenolica. Ne risulta una minore complessità e un vino più prevedibile, con una certa sensazione di amaro nel finale. D’altra parte l’annata sappiamo come è andata. 84/100
2002. Colore rubino, bel naso che denuncia una certa evoluzione. Molto aperto, odora di confettura di lampone. È’ pronto, godibile, forse un pelino semplice, ma giustamente si affida alla facilità di beva senza cercare troppo la concentrazione che evidentemente non era nelle corde di quella vendemmia. Da bere.
84/100
2000. Colore denso e ancora giovanile. Naso macerato, vinoso, la complessità comincia a mostrare i propri segni. Ad esempio con le note ferrose, saline (capperi), accanto al cuoio e alle spezie. Il tutto senza nessuna forzatura. La potenza si rivela al palato, dove forse prevalgono i muscoli sulla eleganza. I tannini sono maturi, mentre il finale ricorda la liquirizia, le olive e l’infuso d’erbe. 89/100
1999. Colore non troppo cupo con note di evoluzione. È tra i più evoluti ed intriganti. Piacciono gli aromi di terra bagnata, roccia, tabacco fresco, acqua di mandorle. È meno loquace al palato rispetto al 2000, risultando per questo più sottile ed elegante, con una maggiore persistenza. 90/100
Nel complesso un vino dalle grosse potenzialità che comincia a prendere una dimensione interessante grazie all’invecchiamento del vigneto e all’esperienza dei due vignaioli. Come i buoni bordolesi, va atteso, anche a lungo perché possa rivelare tutte le sfumature di cui è capace. Forse una piccola riflessione potrebbe essere fatta sull’apporto del legno, che nei primi anni di vita del vino tende talvolta a debordare.
Tra i numerosi tagli bordolesi veneti, il Cabernet Due Santi prodotto a Bassano dai cugini Adriano e Stefano Zonta si è saputo imporre nel corso degli anni come un vino di grande personalità e dalla crescente eleganza. Questo è il resoconto di una verticale di alcune annate di questo rosso composto classicamente da un assemblaggio di cabernet sauvignon, merlot e cabernet franc.
2006. Colore non troppo intenso. Naso che sente ancora un legno di buona finezza, poi spezie, erbe, carne e fiori. Bocca ancora in corso di assestamento, alcolica, ma tenuta da una solida materia e dall’acidità. Finale segnato dai tannini, che risultano molto maturi e presenti. Coi minuti il quadro si fa più elegante, escono la liquirizia e ancora le erbe. Da attendere. 89/100
2005. Più intenso cromaticamente. È in una fase complicata, di chiusura. Con pazienza restituisce frutti rossi, agrumi e una nota terrosa. Al palato è contemporaneamente più elegante e sferico del 2006. I tannini hanno una dinamica diversa: entrano in azione velocemente. Il finale è segnato dal rovere per la nota lattica, mentre l’inizio del palato sembra peccare di un pizzico di diluizione. Anche questo ha bisogno di ritrovarsi in bottiglia. 86/100
2004. Limpido e giovanile nei riflessi. Sembra più compiuto, è senz’altro uno dei più fini. Aromi di more, erbe, grafite, coi minuti accentua il carattere balsamico. Compatto e diretto ha un bel ritmo. Agrumato e complesso, non insiste sulla concentrazione ma sulla continuità delle sensazioni. Forse il più bordolese della serie, e penso sia un bel complimento. 92/100
2003. Più cupo ed intenso, vive già di note terziarie, che virano sul cuoio e la gomma. E poi liquirizia, composta di frutta, tabacco. Potente ed alcolico, rivela anche note verdoline, per una probabile insufficiente maturazione polifenolica. Ne risulta una minore complessità e un vino più prevedibile, con una certa sensazione di amaro nel finale. D’altra parte l’annata sappiamo come è andata. 84/100
2002. Colore rubino, bel naso che denuncia una certa evoluzione. Molto aperto, odora di confettura di lampone. È’ pronto, godibile, forse un pelino semplice, ma giustamente si affida alla facilità di beva senza cercare troppo la concentrazione che evidentemente non era nelle corde di quella vendemmia. Da bere.
84/100
2000. Colore denso e ancora giovanile. Naso macerato, vinoso, la complessità comincia a mostrare i propri segni. Ad esempio con le note ferrose, saline (capperi), accanto al cuoio e alle spezie. Il tutto senza nessuna forzatura. La potenza si rivela al palato, dove forse prevalgono i muscoli sulla eleganza. I tannini sono maturi, mentre il finale ricorda la liquirizia, le olive e l’infuso d’erbe. 89/100
1999. Colore non troppo cupo con note di evoluzione. È tra i più evoluti ed intriganti. Piacciono gli aromi di terra bagnata, roccia, tabacco fresco, acqua di mandorle. È meno loquace al palato rispetto al 2000, risultando per questo più sottile ed elegante, con una maggiore persistenza. 90/100
Nel complesso un vino dalle grosse potenzialità che comincia a prendere una dimensione interessante grazie all’invecchiamento del vigneto e all’esperienza dei due vignaioli. Come i buoni bordolesi, va atteso, anche a lungo perché possa rivelare tutte le sfumature di cui è capace. Forse una piccola riflessione potrebbe essere fatta sull’apporto del legno, che nei primi anni di vita del vino tende talvolta a debordare.
Mario Plazio
Forse questo vino a qualcuno dirà poco, ma si tratta di una etichetta storica per il vicentino e per il Veneto. Il Campo del Lago è uno dei pochissimi rossi che vanta una lunga tradizione, e godeva già di grande reputazione quando la stragrande maggioranza dei vignaioli odierni ancora portava i pantaloni corti e forse non pensava nemmeno di produrre vino.
Questo ’97 è estremamente intrigante, a metà tra il frutto giovanile e l’età della saggezza. Dei bordolesi possiede quell’aplomb che solo a loro appartiene, la classe di chi si può permettere di non fare niente per emergere, che non ha bisogno di farsi notare. Gli aromi vanno dal tartufo al caffè, al cacao, fino ad arrivare al cuoio e all’iris. La finezza setosa che pervade il palato se ne frega di tutti i merlot toni fruttosi e morbidoni. È un vino che si beve, lungo, sapido, composto, senza alcuna esagerazione. E poi anche minerale (catrame) e impalpabile nei tannini.
Dopo un giorno è ancora migliore, profuma di confettura di fragole, di ferro e spezie. Direi che mi ricorda un bel Saint Emilion, di quelli di una volta, fatti senza i concentratori e senza i consigli di Parker.
Purtroppo non so che fine abbia fatto questa cantina, che mi pare abbia conosciuto qualche passaggio a vuoto negli ultimi anni. Naturalmente sono pronto a smentire, anzi spero proprio di farlo.
Forse questo vino a qualcuno dirà poco, ma si tratta di una etichetta storica per il vicentino e per il Veneto. Il Campo del Lago è uno dei pochissimi rossi che vanta una lunga tradizione, e godeva già di grande reputazione quando la stragrande maggioranza dei vignaioli odierni ancora portava i pantaloni corti e forse non pensava nemmeno di produrre vino.
Questo ’97 è estremamente intrigante, a metà tra il frutto giovanile e l’età della saggezza. Dei bordolesi possiede quell’aplomb che solo a loro appartiene, la classe di chi si può permettere di non fare niente per emergere, che non ha bisogno di farsi notare. Gli aromi vanno dal tartufo al caffè, al cacao, fino ad arrivare al cuoio e all’iris. La finezza setosa che pervade il palato se ne frega di tutti i merlot toni fruttosi e morbidoni. È un vino che si beve, lungo, sapido, composto, senza alcuna esagerazione. E poi anche minerale (catrame) e impalpabile nei tannini.
Dopo un giorno è ancora migliore, profuma di confettura di fragole, di ferro e spezie. Direi che mi ricorda un bel Saint Emilion, di quelli di una volta, fatti senza i concentratori e senza i consigli di Parker.
Purtroppo non so che fine abbia fatto questa cantina, che mi pare abbia conosciuto qualche passaggio a vuoto negli ultimi anni. Naturalmente sono pronto a smentire, anzi spero proprio di farlo.
Mario Plazio
Chi ha detto che il Prosecco è buono solo fresco (inteso imbottigliato da poco tempo)? L’assaggio del prosecco “con i fondi” di Loris Follador, amico vignaiolo e filosofo (spero non si arrabbi per la definizione), conferma che non esistono regole, o almeno che queste sono fatte per essere smentite.
Il Frizzante Naturalmente è un Prosecco rifermentato in bottiglia che ha aperto una strada oggi fin troppo battuta, sappiamo come le mode possano creare mostri, come il sonno della ragione.
Ma com’è il nostro vino dopo una paio d’anni di cantina? Le note evolute sono evidenti, il vino è quasi fragile, delicato. Spicca una bella morbidezza che diventa velluto al palato. Gli aromi sono più decisi, c’è il miele, accanto ai fiori e alla macchia mediterranea, e una mineralità balsamica che sfuma negli idrocarburi. Complesso e salino, è un vino atipico che acquista una nuova dignità nello scorrere del tempo.
Tre faccini :-) :-) :-)
Chi ha detto che il Prosecco è buono solo fresco (inteso imbottigliato da poco tempo)? L’assaggio del prosecco “con i fondi” di Loris Follador, amico vignaiolo e filosofo (spero non si arrabbi per la definizione), conferma che non esistono regole, o almeno che queste sono fatte per essere smentite.
Il Frizzante Naturalmente è un Prosecco rifermentato in bottiglia che ha aperto una strada oggi fin troppo battuta, sappiamo come le mode possano creare mostri, come il sonno della ragione.
Ma com’è il nostro vino dopo una paio d’anni di cantina? Le note evolute sono evidenti, il vino è quasi fragile, delicato. Spicca una bella morbidezza che diventa velluto al palato. Gli aromi sono più decisi, c’è il miele, accanto ai fiori e alla macchia mediterranea, e una mineralità balsamica che sfuma negli idrocarburi. Complesso e salino, è un vino atipico che acquista una nuova dignità nello scorrere del tempo.
Tre faccini :-) :-) :-)
Mario Plazio
Non sono un grande appassionato di gewürtztraminer. È un’uva così marcata e “sfacciata” che spesso dà alla luce vini volgari o nella migliore ipotesi prevedibili. E purtroppo quelli italiani rientrano spesso in questa categoria.
Qualcuno dei miei tre lettori (ammesso che siano così tanti) dirà che sono il solito esterofilo. Ebbene sì: hanno ragione.
Prendiamo ad esempio il vino di Roland Schmitt (in realtà l’azienda che porta il suo nome è retta dalla vedova e dai figli). Si tratta di uno dei grand cru più a nord della Route des Vins in Alsazia, e che produce vini di indiscutibile finezza, che si amplificano nel corso degli anni.
Questa vendemmia tardiva è al limite di una SGN (selezione di acini nobili) e si demarca per un naso elegantissimo, travolgente ma al tempo stesso di una leggerezza inimitabile. Frutto della passione, lavanda, cannella e una nota di botrite ne caratterizzano gli aromi, che confluiscono in una bocca compatta e lunghissima, sottile ed elegante come di rado mi è capitato di trovare. La botrite conferisce sentori di fungo, mentre il finale chiude sulla frutta secca con un sentore amarognolo di grande purezza. Fascinoso.
Tre faccini :-) :-) :-)
Non sono un grande appassionato di gewürtztraminer. È un’uva così marcata e “sfacciata” che spesso dà alla luce vini volgari o nella migliore ipotesi prevedibili. E purtroppo quelli italiani rientrano spesso in questa categoria.
Qualcuno dei miei tre lettori (ammesso che siano così tanti) dirà che sono il solito esterofilo. Ebbene sì: hanno ragione.
Prendiamo ad esempio il vino di Roland Schmitt (in realtà l’azienda che porta il suo nome è retta dalla vedova e dai figli). Si tratta di uno dei grand cru più a nord della Route des Vins in Alsazia, e che produce vini di indiscutibile finezza, che si amplificano nel corso degli anni.
Questa vendemmia tardiva è al limite di una SGN (selezione di acini nobili) e si demarca per un naso elegantissimo, travolgente ma al tempo stesso di una leggerezza inimitabile. Frutto della passione, lavanda, cannella e una nota di botrite ne caratterizzano gli aromi, che confluiscono in una bocca compatta e lunghissima, sottile ed elegante come di rado mi è capitato di trovare. La botrite conferisce sentori di fungo, mentre il finale chiude sulla frutta secca con un sentore amarognolo di grande purezza. Fascinoso.
Tre faccini :-) :-) :-)
Mario Plazio
Considero il Verdicchio uno dei più grandi bianchi italiani, e aggiungo che ha ancora dei margini di miglioramento importanti. Tra i produttori un posto del tutto particolare lo occupa la Fattoria Coroncino, emanazione di quell’autentico personaggio che è Lucio Canestrari.
Lucio appartiene alla categoria dei produttori biologici, ma con giudizio. Nel senso che non rivendica alcuna appartenenza, non segue alcuna filosofia o sentiero battuto. Da molti anni non concima e non utilizza fitofarmaci. Il vino viene trattato il meno possibile, in particolare la solforosa è ai minimi livelli per garantire un prodotto digeribile e sano.
Il Bacco è il vino base dell’azienda, un “vino schiavo” nella definizione dell’estroverso Lucio, nel senso che è un grande vino quotidiano che si può anche trasformare in vino delle grandi occasioni o piegarsi ai più diversi abbinamenti.
È interessante verificare l’evoluzione del Bacco nel millesimo 2002, ricordando che non è il prodotto più longevo della cantina.
L’evoluzione è evidente dal colore, di un oro carico ma brillante. Le note mature sono quelle di limone confit, cera d’api, miele di castagno e zolfo (non solforosa). La progressione non è delle migliori, il vino si sviluppa soprattutto nella prima parte, per denunciare qualche carenza nel finale. Probabilmente si tratta di una bottiglia poco fortunata, a momenti c’è un lieve sospetto di tappo in agguato. Complessivamente però va ricordato il prezzo veramente conveniente in cantina e la destinazione del vino, per cui tutto sommato non ci possiamo lamentare di una bottiglia che a otto anni di vita non è spenta e riesce a fornire ancora una buona gradevolezza.
Un faccino e mezzo :-)
Considero il Verdicchio uno dei più grandi bianchi italiani, e aggiungo che ha ancora dei margini di miglioramento importanti. Tra i produttori un posto del tutto particolare lo occupa la Fattoria Coroncino, emanazione di quell’autentico personaggio che è Lucio Canestrari.
Lucio appartiene alla categoria dei produttori biologici, ma con giudizio. Nel senso che non rivendica alcuna appartenenza, non segue alcuna filosofia o sentiero battuto. Da molti anni non concima e non utilizza fitofarmaci. Il vino viene trattato il meno possibile, in particolare la solforosa è ai minimi livelli per garantire un prodotto digeribile e sano.
Il Bacco è il vino base dell’azienda, un “vino schiavo” nella definizione dell’estroverso Lucio, nel senso che è un grande vino quotidiano che si può anche trasformare in vino delle grandi occasioni o piegarsi ai più diversi abbinamenti.
È interessante verificare l’evoluzione del Bacco nel millesimo 2002, ricordando che non è il prodotto più longevo della cantina.
L’evoluzione è evidente dal colore, di un oro carico ma brillante. Le note mature sono quelle di limone confit, cera d’api, miele di castagno e zolfo (non solforosa). La progressione non è delle migliori, il vino si sviluppa soprattutto nella prima parte, per denunciare qualche carenza nel finale. Probabilmente si tratta di una bottiglia poco fortunata, a momenti c’è un lieve sospetto di tappo in agguato. Complessivamente però va ricordato il prezzo veramente conveniente in cantina e la destinazione del vino, per cui tutto sommato non ci possiamo lamentare di una bottiglia che a otto anni di vita non è spenta e riesce a fornire ancora una buona gradevolezza.
Un faccino e mezzo :-)
Mario Plazio
Strani i vini delle annate calde. Alla fine ho deciso di inaugurare una degustazione in due puntate visto il comportamento particolarissimo del vino in questione. Il Beaujolais è una delle mie grandi passioni degli ultimi anni. Lasciando perdere la versione “nouveau” (che purtroppo tanti identificano tout court con l’aoc intera), il Beaujolais rappresenta una delle più riuscite espressioni di territorio che mi sia capitato di incontrare. Inoltre si tratta (per i migliori ovviamente) di vini caratterizzati da una beva strepitosa, lontana da eccessi di concentrazione, legno, alcol, ecc. che (peste li colga) costituiscono ormai la regola presso una sempre più nutrita schiera di produttori (italiani aggiungo). Ci avviciniamo molto alla Borgogna, non solo geograficamente, ma anche come sensazioni, specie dopo qualche anno di invecchiamento.
Il Morgon 2003 di Bouland ha offerto un naso etereo e minerale con sentori di ciliegia sotto spirito e catrame. A questo ha fatto seguito una bocca molto potente, poco coerente e soprattutto inficiata da tannini poco gradevoli. Alla pressione iniziale non corrisponde un dovuto allungo nel finale.
Un faccino e mezzo :-)
Il giorno dopo il vino si è letteralmente trasformato, anche nelle sensazioni tattili. Il naso assume un fascino incredibile: succo di liquirizia, fiori, sangue e ferro. Il richiamo ad un grande pinot nero è inevitabile. In bocca si sgonfia e si allunga, acquista eleganza e continuità. Rimane solo una certa aggressività nel tannino, ma la metamorfosi è stupefacente.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Strani i vini delle annate calde. Alla fine ho deciso di inaugurare una degustazione in due puntate visto il comportamento particolarissimo del vino in questione. Il Beaujolais è una delle mie grandi passioni degli ultimi anni. Lasciando perdere la versione “nouveau” (che purtroppo tanti identificano tout court con l’aoc intera), il Beaujolais rappresenta una delle più riuscite espressioni di territorio che mi sia capitato di incontrare. Inoltre si tratta (per i migliori ovviamente) di vini caratterizzati da una beva strepitosa, lontana da eccessi di concentrazione, legno, alcol, ecc. che (peste li colga) costituiscono ormai la regola presso una sempre più nutrita schiera di produttori (italiani aggiungo). Ci avviciniamo molto alla Borgogna, non solo geograficamente, ma anche come sensazioni, specie dopo qualche anno di invecchiamento.
Il Morgon 2003 di Bouland ha offerto un naso etereo e minerale con sentori di ciliegia sotto spirito e catrame. A questo ha fatto seguito una bocca molto potente, poco coerente e soprattutto inficiata da tannini poco gradevoli. Alla pressione iniziale non corrisponde un dovuto allungo nel finale.
Un faccino e mezzo :-)
Il giorno dopo il vino si è letteralmente trasformato, anche nelle sensazioni tattili. Il naso assume un fascino incredibile: succo di liquirizia, fiori, sangue e ferro. Il richiamo ad un grande pinot nero è inevitabile. In bocca si sgonfia e si allunga, acquista eleganza e continuità. Rimane solo una certa aggressività nel tannino, ma la metamorfosi è stupefacente.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Mario Plazio
I Soave delle sorelle Tessari sanno affrontare il tempo senza alcun timore. Continuo ad ammirare sopra tutto il Monte Carbonare e a considerare le Rive uno scalino sotto per la minore capacità di esprimere negli anni l’eleganza del terroir.
Questo 2005 è a memoria uno dei migliori millesimi delle Rive che mi sia capitato di bere. Conserva un bel naso di erbe montane, anice, mandarino e spezie dolci. Al palato l’incisività è appena cullata dall’apporto del legno, che nel finale conferisce una vena di dolcezza che a mio avviso sottrae dinamica gustativa al liquido.
È comunque una gran bella bottiglia, un Soave succoso e vivo che potrebbe andare avanti ancora per qualche anno.
Due faccini e mezzo :-) :-)
I Soave delle sorelle Tessari sanno affrontare il tempo senza alcun timore. Continuo ad ammirare sopra tutto il Monte Carbonare e a considerare le Rive uno scalino sotto per la minore capacità di esprimere negli anni l’eleganza del terroir.
Questo 2005 è a memoria uno dei migliori millesimi delle Rive che mi sia capitato di bere. Conserva un bel naso di erbe montane, anice, mandarino e spezie dolci. Al palato l’incisività è appena cullata dall’apporto del legno, che nel finale conferisce una vena di dolcezza che a mio avviso sottrae dinamica gustativa al liquido.
È comunque una gran bella bottiglia, un Soave succoso e vivo che potrebbe andare avanti ancora per qualche anno.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Mario Plazio
Da sempre i vini dello sloveno Mlecnik mi hanno intrigato. Per quel loro sapersi donare con generosità senza però essere pesanti. A differenza di altri colleghi che praticano una forte macerazione sulle bucce e che usano poca o nulla solforosa, i vini di Walter mi sembrano meno stereotipati, più vicini al territorio e al vitigno, più equilibrati insomma. E il suo è uno dei pochi Chardonnay dell’est Italia/Slovenia che ancora mi piacciono.
Ha un naso tra il frutto maturo e le spezie, con note varietali di pesca e nocciola. E poi anche muschio e cumino. Come spesso capita è in bocca che rivela la sua grandezza. Credo si manifesti qui la differenza tra un vino “convenzionale” e uno “naturale” (non andiamo oltre nella definizione).
Questo 2002 è appagante, maturo e fresco, si beve che è un piacere e ha una complessità invidiabile.
Tre faccini :-) :-) :-)
Da sempre i vini dello sloveno Mlecnik mi hanno intrigato. Per quel loro sapersi donare con generosità senza però essere pesanti. A differenza di altri colleghi che praticano una forte macerazione sulle bucce e che usano poca o nulla solforosa, i vini di Walter mi sembrano meno stereotipati, più vicini al territorio e al vitigno, più equilibrati insomma. E il suo è uno dei pochi Chardonnay dell’est Italia/Slovenia che ancora mi piacciono.
Ha un naso tra il frutto maturo e le spezie, con note varietali di pesca e nocciola. E poi anche muschio e cumino. Come spesso capita è in bocca che rivela la sua grandezza. Credo si manifesti qui la differenza tra un vino “convenzionale” e uno “naturale” (non andiamo oltre nella definizione).
Questo 2002 è appagante, maturo e fresco, si beve che è un piacere e ha una complessità invidiabile.
Tre faccini :-) :-) :-)
Mario Plazio
A metà tra un rosso e un rosato, il pineau d’aunis è un vitigno semi-dimenticato che si coltiva nella valle del Loir, a nord della Loira e di Tours. Molto scorbutico, è in grado di rivelare rare emozioni presso quei produttori che lo sanno trattare e che ci dedicano preziose attenzioni.
Questo 2002 è evoluto (non è un vino da grandi invecchiamenti), profuma di spezie, pepe rosa in particolare, di frutta sotto spirito, di ferro e di ciliegia.A dominare il palato è una sferzante acidità che aiuta la progressione del liquido. I tannini sono appena accennati e il tutto è decisamente e gradevolmente rustico.
Una bottiglia da abbinare al cibo e da bere entro 3 o 4 anni dalla vendemmia.
Due – faccini :-) :-)
A metà tra un rosso e un rosato, il pineau d’aunis è un vitigno semi-dimenticato che si coltiva nella valle del Loir, a nord della Loira e di Tours. Molto scorbutico, è in grado di rivelare rare emozioni presso quei produttori che lo sanno trattare e che ci dedicano preziose attenzioni.
Questo 2002 è evoluto (non è un vino da grandi invecchiamenti), profuma di spezie, pepe rosa in particolare, di frutta sotto spirito, di ferro e di ciliegia.A dominare il palato è una sferzante acidità che aiuta la progressione del liquido. I tannini sono appena accennati e il tutto è decisamente e gradevolmente rustico.
Una bottiglia da abbinare al cibo e da bere entro 3 o 4 anni dalla vendemmia.
Due – faccini :-) :-)
Mario Plazio
Sono numerose le cuvée di Jacques Beaufort, questo produttore di Ambonnay. Questo ’90 proviene in particolare dai vigneti di Polisy.
È una bella sorpresa, a distanza di 20 anni mantiene una freschezza e una purezza che molti champagne più celebrati nemmeno si sognano.
I vini di questa maison sono piuttosto rustici, nel senso migliore e “contadino” del termine. Questa bottiglia è invece di una finezza che non mi aspettavo.
Al naso dominano gli agrumi (un bellissimo mandarino), mentre al palato si stagliano aromi di frutta secca e candita, spezie e cedro. La spuma è finissima, impalpabile. A colpire è però la grande spontaneità dell’insieme.
Una eccellente bottiglia, finita come da copione troppo presto.
Tre faccini :-) :-) :-)
Sono numerose le cuvée di Jacques Beaufort, questo produttore di Ambonnay. Questo ’90 proviene in particolare dai vigneti di Polisy.
È una bella sorpresa, a distanza di 20 anni mantiene una freschezza e una purezza che molti champagne più celebrati nemmeno si sognano.
I vini di questa maison sono piuttosto rustici, nel senso migliore e “contadino” del termine. Questa bottiglia è invece di una finezza che non mi aspettavo.
Al naso dominano gli agrumi (un bellissimo mandarino), mentre al palato si stagliano aromi di frutta secca e candita, spezie e cedro. La spuma è finissima, impalpabile. A colpire è però la grande spontaneità dell’insieme.
Una eccellente bottiglia, finita come da copione troppo presto.
Tre faccini :-) :-) :-)
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