Visualizzazione post con etichetta VINI - ALTO ADIGE. Mostra tutti i post
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[Mauro Pasquali]
Per me che amo ben pochi Pinot Neri italiani e, quei pochi, tutti provenienti da Mazzon, una piacevole conferma, questo Pinot Nero di Elena Walch. D’altronde siamo a Glen, pochi chilometri da Mazzon e, sebbene le due località siano separate dalla vallata di Molini, godono più o meno della stessa esposizione e, forse, della stessa composizione del terreno.
La scheda del vino recita: vigneti a 650 metri con esposizione sud-ovest, pergola di 38 anni e guyot di 9, maturazione per 14 mesi in barriques parzialmente nuove.
Ecco: il risultato è quello che mi aspetto da un Pinot Nero. Un bel colore trasparente, quasi scarico con venature granate. Un naso che si apre, quasi ritroso, con erbe aromatiche di campo, un che di balsamico, piccoli frutti rossi e, poi, cuoio, liquirizia, cacao ma in modo non invadente, giocando più sui toni dell’eleganza che della forza.
La bocca è piacevolmente equilibrata, a esaltare un’alcolicità non eccessiva, la sapidità e l’acidità. Il bel frutto croccante e la speziatura riempiono piacevolmente il palato e rimangono in bocca molto a lungo. Bel finale asciutto e pulito.
Un vino pronto, da bere con piacevolezza oggi, ma con una bella aspettativa di vita davanti a sé.
Due beati faccini :-) :-)

[Angelo Peretti]
Ordunque, chi ancora ricordasse la piccola epopea del mio vinino, di cui scrissi un Elogio che ha fatto parlare abbastanza di sé sul web, e ne condividesse tuttora i contenuti - votati alla valorizzazione di quei vini che sono semplici ma per nulla banali, e che si bevono che è un piacere - be', sappia che questa Schiava dell'Alto Adige rientra perfettamente nella categoria. Un vinino, di quelli buoni.
Del resto, che la Vernatsch di Gumphof sia tra quelle da tenere costantemente sott'occhio per gli amanti del genere è cosa nota.
Che beva che ha questo 2010! Fresco, speziatino e fruttatino come vuole una vera Schiava. Ha la fragolina, il ribes, un che di marasca.
Al naso l'ho trovato subito un po' chiuso - come talvolta accade per le Schiave - ma in breve s'è aperto verso il frutto.
Buono. Se capitate in Alto Adige, non perdetevelo.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Mario Plazio
Grande vignaiolo il nostro Franz. E il suo pinot bianco è un classico tra i vini dell’Alto Adige. Quasi didattico, nel senso migliore del termine. Stupisce la delicatezza con la quale viene trattata la materia prima. Il pinot bianco è una varietà fragile, difficilissima da inquadrare. O si ottengono vini pesanti e imbevibili, o bibite diluite senza alcun interesse. Se ci pensiamo un attimo infatti, non sono molti i grandi pinot bianco che ci vengono in mente, segno del tutt’altro che semplice compito che spetta ai produttori.
Questo 2004 è ancora incredibilmente giovane, teso, forse con un pizzico di alcol in rilievo. I profumi spiccano per la loro spontaneità, senza alcun tecnicismo indotto. Riconosciamo la mandorla verde, il mandarino, la linfa, i fiori. La mineralità è in formazione e appena percettibile. Un gran bel compagno di tanti abbinamenti, saprà accompagnare senza prevalere risotti e preparazioni con verdure.
Due faccini e mezzo :-) :-)

Mauro Pasquali
Quello che più mi ha colpito inizialmente di questa bottiglia è stata l’etichetta: un bell’acquerello che ritrae un borgo (presumo Fiè allo Sciliar) con una montagna sullo sfondo e una vigna con dei grappoli in primo piano.
Markus Prackwieser ha da non molti anni iniziato a vinificare in proprio, con grandi risultati, frutto della costanza e della passione che mette nel proprio lavoro. Oggi è uno dei punti di riferimento della viticultura in Alto Adige. Per scelta si è cimentato con vitigni tipici della zona, fra cui pinot bianco e nero, gewurztraminer e sauvignon. Tra tutti spicca, per territorialità e tradizione la schiava nera, in tedesco vernatsch.
I vigneti sono ripidi e situati ad altitudine variabile fra i 300 e i 500 metri. Le pendenze importanti costringono ad una lavorazione quasi esclusivamente manuale.
Questa Südtiroler Vernatsch, che viene raccolta verso metà ottobre e che fa quasi esclusivamente acciaio, con piccolo saldo di botte grande, si distingue per una grande semplicità di beva. Un bel colore rosso rubino con marcate trasparenze ben dispone all’assaggio. Il naso fa fatica ad aprirsi, resta quasi sospeso, con note di piccoli frutti rossi, accenni di viola e mandorla. La bocca, viceversa, colpisce subito per la grande freschezza e sapidità. Una beva semplice ma, al tempo stesso appagante, con un finale bello lungo. Un “vinino” che è un piacere bere con salumi e formaggi di media stagionatura ma, anche, con più impegnative zuppe di cereali o carni rosse.
Due beati faccini :-) :-)

Mario Plazio
Se esiste un’uva banale, o meglio, banalizzata, questa è la schiava. Il vino che si ottiene è consumato da orde di turisti come accompagnamento di speck e formaggi industriali, finisce in pochi mesi e porta reddito sicuro. Questo significa però ignorare le potenzialità dei migliori vignaioli e dei migliori vigneti.
In realtà la schiava è capace di evolvere con originalità per molti anni, anche se purtroppo non abbondano gli esempi.
Il Santa Maddalena di Ramoser svolge egregiamente il suo ruolo di vino fresco, speziato e di ottima beva.
Oltre a questo però si intuisce una complessità in divenire, con sentori di sottobosco, pepe e ciliegia, e una struttura che sicuramente è in grado di resistere ad alcuni anni di invecchiamento.
L’unica difficoltà è resistere al suo fascino immediato.
Provateci.
Due faccini :-) :-)

Angelo Peretti
A volte, quando assaggio un vino ad etichetta scoperta, mi pongo il problema di come e quanto possano influire nella mia personalissima valutazioni gli altrettanto soggettivissimi condizionamenti derivanti dalla conoscenza e dalla simpatia - o antipatia, perchè no? - nei confronti del produttore.
Dopo il primo sorso di questo Gewurztraminer il problema me lo sono per un attimo posto nuovamente, ché a produrlo è Armin Kobler, persona che stimo, vigneron che apprezzo ed anche bravo comunicatore del vino, con quel suo blog che tratta di faccende enologiche sudtirolesi (e credo sia l'unico ad occuparsi da blogger di quest'argomento). Ma, passata la prima incertezza e assaporato un secondo sorso, mi son rassicurato: no, il vino è certamente molto valido, la simpatia non c'entra.
E dunque eccoci qui con questo fascinosissimo bianco che mette assieme grande frutto e grande spezia. E in bocca è inconfondibile e netto il ricordo del rosolio, del liquore di petali di rosa.
Vino da assaporare con calma, con lentezza, così come lenta è stata la sua maturazione (attenzione: è un 2008). E non ti pesano i 14 gradi e mezzo d'alcol. Vino solare fatto in Alto Adige. Mica cosa da poco.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Angelo Peretti
Un rosato di montagna, un vino d'Alto Adige: te n'accorgi appena ce l'hai nel bicchiere. Senza neppure bisogno di guardar l'etichetta. Ché è montanaro di già all'olfatto: fruttino acerbo, fiori bianchi, cenni d'erbe alpestri
In bocca ha una bella sapidità. Da bianco, direi. Da bianco alteatesino, aggiungerei. Speziato e salato. Succoso. Ribes, soprattutto.
Magari, ecco, sembra un po' corto, ma neanche poi tanto.
Si beve volentieri in una calda giornata d'estate.
Due lieti faccini :-) :-)

Angelo Peretti
Metti una sera a cena in riva al lago. Il mio lago, il Garda. Menù di pesce, of course. Voglia d'un bicchiere di vino. Ma rosso. Un bicchiere, due al massimo: fa caldo. Cerchi fra le mezzine, allora, ché il ristorante ne è ben fornito (bravi!). Trovi il Pinot Nero 2007 di Franz Haas. Può essere la soluzione. Ordini.
Arriva la bottiglietta. Chiusa con lo Stelvin.
Ora, chi mi dicesse ancora che la capsula a vite va bene per i vini bianchi ma non per i rossi, be', rischierei di mandarlo a quel paese. Quanto meno, Haas ha ragione da vendere: col Pinot Nero ci sta eccome, lo Stelvin.
Il vino è in forma smagliante.
Colore assolutamente pinoteggiante, e dunque scarico ma brillante.
Al naso è fascinosamente varietale. La fragola, le spezie.
In bocca è succoso di fruttino, ancora speziato. Il tannino è morbido.
Si beve che è un piacere.
Alla faccia di chi ancora ha dei dubbi.
Eppure anche lì, al ristorante Alla Fassa, a ridosso della spiaggia di Castelletto di Brenzone, mi si dice che quand'arriva in tavola la bottiglia chiusa con la vite, c'è chi storce il naso, chi rifiuta il vino.
I luoghi comuni son difficili da sfatare. I pregiudizi pure.
Sfatiamoli. Haas fa bene ad insistere. Anche col Pinot Nero.
Due lieti faccini :-) :-)

Angelo Peretti
Sì, mi piace la Schiava, mi piace il vinino degli altoatesini, ché quand'è fatto bene, be', ti offre una beva che è frutto e spezia e freschezza e soddisfazione, e se poi ci hai anche un pezzo di speck, per non dire qualche altra pietanza sudtirolese, allora è tripudio.
Avevo però il dubbio che le Schiave potessero durar pochetto in bottiglia, e allora qualcheduna l'ho messa da parte, come questa della Cantina di Termeno: un Santa Maddalena del 2006, tastato adesso. E devo dire con soddisfazione piena. Durano, sì, durano il giusto.
Ora, il colore era tipicamente scarichino, da Schiava, appunto.
Ed altrettanto varietale ecco che l'ho trovato questo vino al naso, con quelle intriganti memorie di arancia rossa che ti mettono in crisi sapendo che hai nel calice un vino dell'Alto Adige e ci ritrovi profumi che sanno di Sicilia. In più, un che di verde quasi erbaceo, e anche questa è tipicità. E poi una speziatura elegante.
In bocca, perfetta continuità. E buona beva. Succosa.
Un 2006 ancora piuttosto giovani. Ripeto: dubbio risolto, ché ce la fanno, le buone Schiave, a reggere qualche anno con nonchalance.
Due lieti faccini :-) :-)

Angelo Peretti
Potrà anche sembrare un'affermazione ovvia e scontata, ma io dico che da un Pinot Nero m'aspetto che prima di tutto mi ricordi un Pinot Nero. E purtroppo così scontato non è, ché troppo spesso si son visti negli ultimi anni dei Pinot Neri che erano scurissimi e quasi impenetrabili e a tratti marmellatosi e ipertannici e alcolici. Insomma, nulla a che vedere con l'eleganza, la finezza, la nobiltà ch'è tipica del vitigno e del vino che se ne dovrebbe trarre. Ed è stata una driva che ha intaccato anche la madrepatria Borgogna, dove però mi pare che ci si sia rimessi in carreggiata, e che ha comunque contagiato molte cantine che si son cimentate con l'uva borgognona fuor di Borgogna.
Detto questo, aggiungo che gioisco quando - appunto - fuor di Borgogna mi ritrovo nel bicchiere, appunto, un Pinot Nero che somiglia a un Pinot Nero, e questo m'è accaduto di recente stappando una bottiglia del 2006 "base" di Franz Haas, nume fra i produttori pinot-noiristi d'italico confine e in questo caso di sudtirolese terra.
Bello già nel colore, per niente carico, giustappunto pinoteggiante.
Poi eccolo varietale al naso, con quel suo tipicissimo fruttino e la sua bell'eleganza.
Al palato è piacevolezza di beva (i tredici gradi e mezzo d'alcol non li avverti), fruttino, spezia, freschezza.
Due lieti faccini :-) :-)

Mario Plazio
Vino enigmatico questo Vorberg. Monolitico e per nulla scalfito dal tempo.
Ti aspetteresti un vino in piena evoluzione, maturo e aperto. Invece ti ritrovi un naso freschissimo, ancora sui fiori bianchi e gli agrumi. Poi anche camomilla, kiwi e fieno, e una appena percettibile vena minerale.
In bocca si rivela sostanzioso, la materia non manca ma fortunatamente viene affiancata da una perfetta acidità che serve a prolungare a lungo le sensazioni.
Complesso il finale che ricorda la mandorla, addirittura piccante, quasi a voler ribadire la sua sfrontata giovinezza.
A distanza di giorni non cambia il carattere, si conferma carnoso e concentrato.
L’unico dubbio che permane è proprio quello iniziale: evolverà un giorno e come si presenterà tra 5 o 10 anni? Non ci rimane che attendere.
Due faccini :-) :-)

Angelo Peretti
Ora, sia come sia, piaccia o non piaccia la parola, gli è che del vinino coniato su quest'InternetGourmet se n'è parlato abbastanza in giro per il web. E durante le feste natalizie ormai passate da un bel po', fra le tante bottiglie che ho stappato, di vinini extralusso ne ho incontrato uno: una schiava altoatesina, un Kalterersee Auslese (Lago di Caldaro scelto) della Cantina produttori di San Paolo, o meglio, della Kellerei St. Pauls. Annata, si badi bene, 2007, alla faccia di chi è convinto che il vinino debba essere per forza bevuto in fasce.
Ordunque, trattasi di schiava dal colore tipicissimamente palliduccio, ed è gran bella cosa.
Eppoi al naso ecco il fruttino e la spezia, esattamente come t'aspetti, e con perfetta pulizia.
E in bocca di nuovo la succosità del fruttino e la seduzione speziata e una freschezza che ti fa salivare e t'invita a bere di nuovo.
Lunghezza ce n'è fin che si vuole. Ed eleganza.
Adorabile vinino.
A proposito: sul collare c'era incollato un bollino che diceva che il vino aveva vinto la Vernatsch Cup del 2008, il concorso delle schiave sudtirolesi. E benedetto sia quel concorso, dunque.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Mauro Pasquali
Il pinot nero è uva, ancor prima che vino, difficile e scorbutica. Necessita di clima e terreni particolari per poter esprimere il meglio di sé, oltre che di grande capacità del vignaiolo e del cantiniere. Preferisce zone fresche, con clima continentale: Borgogna, Nuova Zelanda, Oltrepò Pavese. E Alto Adige.
Ferruccio Carlotto fa parte di una famiglia che da tre generazioni coltiva uve, ma solo dal 2000 vinifica in proprio. Mazzon è una piccola collina sopra Ora ed è considerato il cru dei cru per quanto riguarda il Pinot Nero dell'Alto Adige. Qui Ferruccio e la figlia Michela riescono ad ottenere dei prodotti di assoluto livello, fra cui questo Pinot Nero 2003.
L'annata non è stata sicuramente delle più facili. Ciò nonostante questo Filari di Mazzon emerge per equilibrio e personalità. Alla vista è molto scarico, di quel colore tenue che solo i grandi Pinot Nero hanno.
Al naso piccoli frutti rossi: lamponi, fragole. Poi, ancora mirtilli sotto spirito, cacao, caffè.
In bocca entra bello asciutto e con grande eleganza. Si apre con un bel frutto croccante e una grande sapidità. Termina con una grandissima lunghezza con la bocca che rimane bella morbida a lungo.
Un Pinot Nero che ricorda i grandi Borgogna.
La foto è di Enoiche Illusioni.
Tre beati faccini pieni e convinti :-) :-) :-)

Angelo Peretti
Era un po' che non andavo a Novacella, luogo per me dei ricordi. Luogo incantato. Che riesco a farmi piacere anche quando trovo pullman di turisti in gita. Ma che prediligo nei giorni del silenzio. Quando è bello rivistare la chiesa, che riluce anche nelle ore buie con quel suo tripudio di decorazioni che sembrano acquerellate. Quando è magico far visita alla biblioteca, ricca di codici antichi.
Di rito un salto nella stube, a mangiare speck e kaminwurze. E a bere almeno un bicchiere dei grandi vini che fanno nelle cantine pluripremiate dell'Abbazia.
Stavolta mi sono concesso due vini della linea Praepositus, quella di punta: il Kerner e il Sylvaner. E la preferenza è andata al secondo, ché il primo l'ho trovato ancora un po' chiuso, scontrosetto, con un finale sulla vena amarognola. Quanto al Sylvaner, invece, be', questo 2008 è davvero gran bianco.
Offre memorie intense ed eleganti di fiori e di frutta bianca. E la bocca è succosa e insieme polposa: il frutto quasi lo mastichi, senza tuttavia darti mai l'impressione di vino grasso, senza smancerie sdolcinate, ma anzi conservando snellezza straordinaria di beva e freschezza invitante. Ha, insomma, notevole finezza. E persistenza infinita.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Mario Plazio
Un naso che non ti aspetti, tutto idrocarburi da far pensare a un Riesling tedesco. Di questo probabilmente non ha la finezza e la complessità che conosciamo, ma, accidenti, ne condivide una certa magia che sembra scaturire solo dai vini nordici.
Accanto agli idrocarburi ci sono anche molti agrumi, pompelmo giallo e limone in particolare. L’impressione è che si tratti ancora di un vino giovane e dalle potenzialità notevoli.
Il palato è invaso da una acidità vibrante che sostiene tutte le sensazioni e le accompagna a lungo. C’è comunque una buona materia, mai grossolana, che si distendersi elegante e freschissima.
Dopo qualche giorno il vino rimane integro e sfuma su sentori di limone confit e melissa, fino ad acquisire un sospetto di mineralità.
Due faccini :-) :-)

Mario Plazio
Da un vigneto vecchissimo una Schiava ancora ostica e reticente.
L’aspetto olfattivo è enigmatico: emerge la frutta fresca e poco altro.
Bocca dinamica e concentrata che mantiene una freschezza insospettata per un 2003.
La sorpresa avviene a una settimana dall’apertura: al naso sa di granita alla fragola, e si arricchisce di sfumature più autunnali di humus, sottobosco e lampone.
La beva è degna di un pinot noir di Borgogna, con appena un accenno di maturità spinta e tannicità a tradire l’annata di origine.
Nel finale esce il rabarbaro e una nota alcolica scalfisce appena un carattere altrimenti austero e compìto.
Può evolvere ancora a lungo.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Mauro Pasquali
Questa volta credo proprio di aver compiuto un infanticidio. Ma tant'è: la voglia di provare una bottiglia di Kerner di Niklas mi ha fatto dimenticare che questo vino, ottenuto dall'omonimo vitigno originato da un incrocio tra rieslilng renano e trollinger, non solo è rarissimo, ma ha una spiccata predisposizione all'invecchiamento. Se poi aggiungiamo che l'azienda dedica a questo vitigno meno di un ettaro, la frittata è fatta!
Ma che vino, signori! Aromaticità e frutta bianca, pesca ed albicocca in primis, armoniosamente fuse insieme. Pieno e caldo in bocca ma, al contempo, una freschezza ed una mineralità incredibili. Questo Kerner matura cinque mesi in acciaio sui propri lieviti, mentre un 10% viene messo in botti di rovere non nuove. Il risultato è un vino con una piacevolissima beva che non fa rimpiangere il fatto di averne aperto, forse troppo presto, una bottiglia.
Piacevole anche il prezzo: meno di 9 euro.
Due beati faccini pieni e convinti :-) :-)

Gumphof Angelo Peretti
Oh, sì sì: che bel bianco, miei signori. Peccato averne ancora una boccia sola in cantina.
Il Praesulis di Markus Prackwieser sull’edizione 2008 di Vini d’Italia – leggi Gambero Rosso & Slow Food – è stato tribicchieruto, e per di più premiato per il tre bicchieri più conveniente.
Che sia gran vino, non ho dubbi, e non li hanno avuti neanche gli amici che se lo son bevuto con me. Che poi sia anche conveniente, meglio.
Convince (e avvince) per la personalità, che ha spiccatissima.
Al naso i fiori gialli e un pochetto la pietra focaia e, sotto, la susina.
In bocca, è un’eplosione di freschezza. Cristallina. E il vino è vibrante e nervoso e scattante. Eppoi ecco gli agrumi e la pesca nettarina e ancora la susina un poco acerba: bel frutto, croccante e succoso.
E la lunghezza è notevole, e nel bicchiere regge assai.
Buono, buonissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Il parere contenuto in questa segnalazione è rapportato alla tipologia di vino e poggia in primis sulla piacevolezza che la bottiglia ha saputo trasmettere.
Il giudizio è dato in faccini stile sms.
- un faccino è per un vino di corretta e comunque piacevole beva
- due faccini per un vino di bel piacere
- tre faccini per i vini appaganti, le punte massime delle rispettive tipologie.

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