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Angelo Peretti
Credo che il '90 sia stata la prima annata del Teroldego Sgarzon. Vigneti giovani. Non so per quanto tempo lo si sia poi prodotto. Da quand'è stato, cioè, che Elisabetta Foradori ha deciso di non fare più dei cru, ma di puntare sul Teroldego "base" (si fa per dire) e sul Granato. Adesso lo Sgarzon, dunque, non si fa più. Ma ho avuto la possibilità di bere lo Sgarzon dal '90 da una magnum e, be', è stata una fortuna.
Colore tra il violaceo e il granato brillante.
Naso bellissimo, irresistibilmente varietale. Leggere vene affumicate. Elegantissimo, quasi aristicratico, magari solo un po' discolo.
In bocca ha tannino ancora saldo, bella freschezza (davvero). Notevole beva. Frutto maturo, succoso. Alla lunga, fragole, mature.
Due lieti faccini :-) :-)

Massimo Zanichelli
La prima, storica Riserva Bruno Lunelli, frutto di un millesimo d’eccezione, mi guardava da un po’ di tempo da un angolo della cantina…
E la bottiglia “che non sapeva stare in piedi”, per via di quel punteruolo che sbucava dal suo sedere, ha dimostrato tutta la grandezza della sua statura.
Perlage sottilissimo, profumi “champagnotti”, frutto croccante, nitido sviluppo agrumato.
Un “blanc de blancs” da incorniciare, summa organolettica delle bollicine di casa Lunelli.
Tre faccini molto sorridenti :-) :-) :-)

Angelo Peretti
Un rosato di teroldego. L'ho provato volentieri quando me l'ha proposto Susy Tezzon, al Giardino delle Esperidi di Bardolino. Ed ho trovato un rosé di sostanza.
Dunque, ho scritto al produttore, Redondel, piccola azienda trentina da Mezzolombardo condotta da Paolo Zanini, chiedendo di saperne di più.
Mi hanno risposto così: "Facendolo esattamente come lo faceva suo papà, Paolo intende ridare dignità a questa versione di Teroldego, andata in disuso. Siamo convinti che le uve di
teroldego, se scelte e coltivate con solo e sano buon senso, trovino nel rosato un'espressione importante e alternativa del territorio. È un rosato di Teroldego (doc) per il quale Paolo ha selezionato le uve di uno solo
dei suoi 'giardini' appositamente per la vinificazione in rosato. La scelta è ricaduta su 'Pradi' (nome dell'appezzamento), perché in quella zona le uve mantengono una spiccata acidità e sono ricche di profumi (tra i suoi terreni è quello più ghiaioso)".
Bene: così mi si è detto, e così riporto, e prendo dunque atto volentieri - molto - che si tratta di un rosato "di concetto". Intendo dire che ne traggo l'opinione che lo si è voluto e concepito esattamente così, selezionando un campo alla bisogna.
Si chiama Assolto, poi, mi si spiega, "perché assolto dalle sue bucce", come si fa di solito con un rosé. Nome bizzarro, come quello degli altri vini della casa: personalmente, preferirei che su un vino di terroir si mettesse in etichetta il nome della vigna, ma mica posso dettar legge, e dunque ciascuno è libero di fare quel che vuole.
Come l'ho trovato?
Un bel colore rosa piuttosto carico.
Un naso che ricorda la fragola e il ribes.
In bocca si aggiunge un che di floreale. Ed una struttura piuttosto importante (e dunque è vino da abbinamento anche di buon spessore). Ed una freschezza che conferisce slancio.
Insomma: un bel rosato. E se il buon giorno si vede dal mattino, vale la pena seguirli questi di Redondel.
Un'ultima nota per l'etichetta: decisamente bella sotto il profilo grafico. Complimenti.
Due lieti faccini :-) :-)

Angelo Peretti
Ora, o hanno assaggiato il vino quando non era ancora maturo (o forse neancora in bottiglia), o sono stato gran fortunato io con la mia bottiglia. In ogni caso, è evidente che l'affinamento in vetro l'ha aiutato. Perché io quelle note di tostatura e di barrique di cui parlano le maggiori guide italiane, nel Campi Sarni del 2006 non le ho trovate, ma anzi nel bicchiere è stato un tripudio di fruttino, piacevolissimo, di bosco.
Certo, il tannino è morbido, vellutato, e che ci sia stato un passaggio nel legno lo capisci, dunque, ma non c'è quel boisée che a volte (tanto spesso in passato, meno adesso, ma non è finita) umilia il frutto nei rossi. Evviva.
E dire che non sono un grand'appassionato dei bordolesi fatti in Italia, e questo qui è figlio -leggo in controetichetta - di uve di cabernet sauvignon e franc e di merlot "in varie selezioni clonali".
Leggo in contr'etichetta che la vigna è "coltivata con alcune tecniche biodinamiche". Non che io sia da ascrivere tra coloro che s'esaltano perché un vino è bio-qualcosa, ma mi si dice che nell'azienda di Barbara e Filippo Scienza - si chiama Vallarom, ed è ad Avio, prima terra trentina dopo il Veronese - l'impegno verso una viticoltura per così dire "sostenibile" sia autentica, il che non guasta.
Torno al vino per aggiungere che ha un a gran beva, e anche questa è nota positiva, soprattutto in quest'epoca in cui finalmente ci si sta liberando dalle marmellate alcoliche da degustazione. E c'è bella persistenza fruttata.
Insomma, il primo bicchiere "chiama" rapidamente il secondo.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Angelo Peretti
Da quand'è entrata in vigore in Europa la nuova ocm (leggasi organizzazione comune di mercato) del vino, che di fatto assimila, sotto l'unitario cappello della denominazioni protette, sia i doc che gli igt, credo sia buona cosa declinare per esteso nello scriver di vini anche l'indicazione geografica. Le guide di settore di solito non lo fanno: se un vino è a doc (o a docg), scrivono per esteso la denominazione, mentre se è a igt, omettono l'indicazione geografica. Penso sia arrivata l'ora di cambiare: sul versante europeo, ormai una igt è assimilata a una igp d'altri generi merceologici diversi dal vino, ormai, e dunque perché non scriverla?
Comincio (a dare il buon esempio?) con quest'igt Vigneti delle Dolomiti, che è indicazione tridentina. Un rosso fatto da un mix di merlot, cabernet sauvignon, lagrein e teroldego: insomma, la viticoltura internazional-bordolese unita in sposalizio con quella autoctona del Trentino. E se nell'aprire la bottiglia - leggendo degl'internazionali - avevo un certo qual timore di trovarmi di fronte a un rosso in stile globalizzante, all'assaggio mi son lietamente ricreduto. Ché quest'è vino che ha bella beva e gioca anche sull'eleganza del fruttino più che sulla polpa.
Ha la ciliegia, il ribes, il mirtillo. Dell'affinamento in legno ti resta sottile memoria, per nulla invadente, in una lieve speziatura vanigliata, che ben s'unisce al frutto. Ha morbidezza, certo, ma anche bella freschezza. Così al primo bicchiere ne segue presto un secondo.
Due lieti faccini :-) :-)

Mario Plazio
Ho profonda stima e ammirazione per il grande lavoro svolto da questa azienda e in particolare per l’inventiva dell’instancabile Mario Pojer. È quindi con una certa curiosità che ho stappato uno degli ultimi vini (dal punto di vista anagrafico) della casa trentina.
Nasce in uno splendido vigneto dell’altrettanto splendida Val di Cembra, dall’unione di uve di pinot bianco, riesling, sauvignon, incrocio Manzoni e kerner. Un guazzabuglio che fa nascere giustificati dubbi, non conoscessimo le capacità dei Nostri e la serietà del progetto. Ed era mia intenzione valutare questo vino alla distanza, dopo un opportuno invecchiamento.
Alla prova del tempo il Besler ho fornito indicazioni contrastanti: speziato, minerale, agrumato (limone confit), per poi virare su note di ananas, anguria e miele, il naso ha dimostrato una sicura complessità e una maturità compiuta.
In bocca invece gli anni sembrano avere scavato un solco tra la parte acida e rinfrescante e quella più grassa e carnosa al limite del pesante, che prende il sopravvento e fa intuire come il vino sia già in fase discendente, vedi i sapori di frutta secca e un principio di ossidazione.
Andava sicuramente bevuto 2 o 3 anni fa.
Un faccino :-)

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